Ateismo e libertà
Benvenuto sul forum "Ateismo e libertà"

Per partecipare alle discussioni effettua il login. Non sei ancora iscritto? Registrati per iniziare a partecipare!

C'è "Giovanni di Gamala" in Guerra Giudaica di G. Flavio?

Andare in basso

C'è "Giovanni di Gamala" in Guerra Giudaica di G. Flavio?

Messaggio Da Mario84 il Mer Gen 28 2015, 19:47

Nel libro "Giovanni il Nazireo detto 'Gesù Cristo' e i suoi fratelli", lo studioso Emilio Salsi sostiene che ci sarebbe una "traccia" di "Giovanni di Gamala" (personaggio "storico", ebreo rivoluzionario aspirante al trono di Gerusalemme sul quale sarebbe stata costruita la "figura mitologica" di Gesù) all'interno dei versi da 252 a 276 dell'ottavo capitolo del settimo libro di "Guerra Giudaica" di Giuseppe Flavio. Vediamo se le cose stanno davvero così:

252 - 8, 1. Intanto al governo della Giudea, essendo morto Basso, era succeduto Flavio Silva. Questi, vedendo che tutto il resto del paese era stato sottomesso con le armi tranne un'unica fortezza che era ancora in mano ai ribelli, raccolse tutte le forze che stavano nella regione e mosse contro di essa. Masada è il nome di questa fortezza.
253 A capo dei sicari che l'avevano occupata c'era Eleazar, un uomo potente, discendente di quel Giuda che, come sopra abbiamo detto, aveva persuaso non pochi giudei a sottrarsi al censimento fatto a suo tempo
[6 d.C] da Quirinio nella Giudea.
254 A quell'epoca i sicari ordirono una congiura contro quelli che volevano accettare la sottomissione ai romani e li combatterono in ogni modo come nemici, depredandoli degli averi e del bestiame e appiccando il fuoco alle loro case;
255 sostenevano, infatti, che non c'era nessuna differenza fra loro e degli stranieri, dato che ignobilmente buttavano via la libertà per cui i giudei avevano tanto combattuto e dichiaravano di preferire la schiavitù sotto i romani.
256 Ma queste parole erano un pretesto per ammantare la loro ferocia e la loro cupidigia, come poi dimostrarono con i fatti.
257 E in realtà, quelli che si unirono ad essi nella ribellione e presero parte attiva alla guerra contro i romani ebbero a subire da loro atrocità più terribili,
258 e quando poi vennero di nuovo convinti di falsità nella giustificazione che adducevano, ancor più essi perseguitarono chi, per difendersi, denunciava le loro malefatte.
259 Quell'epoca fu in certo modo così prolifica di ogni sorta di ribalderia fra i giudei, che nessun delitto fu lasciato intentato, né chi volesse escogitarne di nuovi riuscirebbe a trovarli:
260 a tal punto erano tutti bacati nella vita privata come nella pubblica, e facevano a gara tra loro nel commettere empietà contro il Dio e soprusi contro i vicini, i signori opprimendo le masse e le masse cercando di eliminare i signori.
261 Infatti gli uni avevano una gran sete di dominio, gli altri di scatenare la violenza e d'impossessarsi dei beni dei ricchi.
262 Furono dunque i sicari quelli che per primi calpestarono la legge e incrudelirono contro i connazionali, senza astenersi da alcun insulto per offendere le loro vittime, o da alcun atto per rovinarle.
263 Eppure Giovanni fece sì che anche costoro sembrassero più moderati di lui; egli infatti non soltanto eliminò chiunque dava giusti e utili consigli, trattando costoro come i suoi più accaniti nemici fra tutti i cittadini, ma riempì la patria di un'infinità di pubblici mali, quali inevitabilmente doveva infliggere agli uomini chi già aveva osato di commettere empietà verso il Dio.
264 La sua mensa era infatti imbandita con cibi proibiti ed egli aveva abbandonato le tradizionali regole di purità, sì che non poteva più far stupore se uno che era così follemente empio verso il Dio non osservava più la bontà e la fratellanza verso gli uomini.
265 D'altra parte, poi, Simone figlio di Ghiora quale delitto non commise? Quale sopruso risparmiò a coloro che come liberi cittadini lo avevano eletto a loro capo?
[Simone figlio di Ghiora fu "scelto come tiranno" di Gerusalemme dal "popolo vinto dalla disperazione" intorno al 69 d.C. (Guerra Giudaica, Libro V, capitolo 1, verso 11), non c'è alcuna fonte storica, invece, che attesti che Simone, figlio di Giuda il Galileo sia mai stato eletto da alcuno a capo di qualcosa]
266 Quale amicizia, quale parentela non rese questi due più audaci nelle loro stragi quotidiane? Essi infatti consideravano un atto d'ignobile cattiveria far male a degli estranei, mentre ritenevano di fare una bella figura mostrandosi spietati verso i parenti prossimi.
267 Eppure, la follia omicida di costoro venne superata dal pazzo furore degli Idumei. Infatti questi empi furfanti, dopo aver ammazzato i sommi sacerdoti affinché non si conservasse neppure la più piccola particella della pietà verso il Dio, sfasciarono tutto ciò che restava degli ordinamenti civili introducendo dappertutto la più completa anarchia.
268 In tale clima prosperarono al massimo gli Zeloti, un'associazione che confermò con i fatti il suo nome;
269 essi infatti imitarono ogni cattiva azione e non tralasciarono di emulare alcun misfatto registrato dalla storia.
270 Eppure il loro nome l'avevano derivato dal loro preteso zelo nell'aspirare alla virtù, sia che volessero prendersi gioco, con la loro bestiale natura, delle vittime dei loro soprusi, sia perché stimavano beni i peggiori dei mali.
271 Comunque, fecero tutti la fine che meritavano, perché il Dio diede a ciascuno la giusta punizione;
272 infatti tutti i castighi che mai possono colpire un uomo si abbatterono su di loro anche fino all'ultimo istante di vita, facendoli morire fra i più atroci tormenti d'ogni sorta.
273 Eppure, si potrebbe dire che le loro sofferenze furono inferiori a quelle che essi avevano inflitte a chi era caduto nelle loro mani, perché non esistevano pene adeguate.
274 A esprimere degnamente il dovuto compianto per le vittime della loro ferocia non mi sembra questo il momento più adatto, e perciò ritorno al punto in cui avevo interrotto la narrazione.
275 - 8, 2. Il comandante romano mosse alla testa delle sue truppe contro Eleazar e la sua banda di sicari che occupavano Masada, e ben presto si assicurò il controllo dell'intera regione stabilendovi dei presidi nei luoghi più opportuni;
276 poi tutt'intorno alla fortezza innalzò un muro perché nessuno degli assediati potesse facilmente fuggire e vi pose a guardia delle sentinelle.


Salsi afferma che le parole "A quell'epoca" (verso 254, poi ribadito al 259) sarebbero un "evidente riferimento" all'epoca di Giuda il Galileo e della sua rivolta contro il censimento di Quirino del 6 d.C.. Non ci sono fonti storiche, però, che attestino il fatto che in quell'epoca Giuda il Galileo e i suoi seguaci abbiano mai ordito una congiura contro chi si sottometteva a Roma, né che abbiano dato fuoco a delle case. Inoltre, è lo stesso storico Giuseppe Flavio a tramandarci che "in Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei cosiddetti sicari" negli anni in cui fu procuratore Felice, ovvero tra il 52 ed 60 d.C. (Guerra Giudaica, Libro II, capitolo XIII, versi 253-254).
Ad ulteriore conferma che quello di Giuseppe Flavio non è un "lontano ricordo" di "fatti" che  avrebbero avuto luogo tra il 6 ed il 37 d.C. (come ritiene Salsi), notiamo che al verso 267 lo storico ci riferisce dei furenti Idumei che uccisero i sommi sacerdoti, evento che si verificò nel corso della guerra del 66/70 d.C. (come narrato nel 5° capitolo del 4° libro di "Guerra Giudaica").

Analizziamo ora le argomentazioni che Emilio Salsi porta a sostengo della tesi che i personaggi Giovanni e Simone in questione non potevano essere Giovanni di Giscala e Simone figlio di Ghiora:

1) Al verso 266 si riferirebbe che Giovanni e Simone furono amici e parenti, mentre Giovanni di Giscala e Simone figlio di Ghiora non erano parenti, ed erano acerrimi nemici. Dunque non possono essere loro i veri soggetti del racconto di Giuseppe Flavio, deve invece trattarsi di Giovanni e Simone, figli di Giuda il Galileo.
In realtà, Giuseppe Flavio scrive "Quale amicizia, quale parentela non rese questi due più audaci nelle loro stragi quotidiane?". Il significato è che, maggiore era il grado di amicizia e parentela che li legava alle loro vittime, maggiore era l'audacia che Giovanni (di Giscala) e Simone figlio di Ghiora avevano nell'ucciderle e "infatti consideravano un atto d'ignobile cattiveria far male a degli estranei, mentre ritenevano di fare una bella figura mostrandosi spietati verso i parenti prossimi". Lo storico non ci sta dicendo che Giovanni e Simone fossero parenti ed amici, come ha interpretato Emilio Salsi.

2) L'altra "prova" è che Giovanni di Giscala era ancora vivo (incarcerato da Tito) mentre Giuseppe Flavio scriveva "Guerra Giudaica", e Simone figlio di Ghiora fu condotto in catene a Roma e, nel 71 d.C., in occasione del trionfo del condottiero, venne decapitato sull'Esquilino (dunque ebbe una morte veloce e non fu torturato). Pertanto, come avrebbe potuto Giuseppe Flavio riferirsi a loro riportando che (siamo al verso 272) morirono tra i più atroci tormenti? Lo storico ebreo non avrebbe potuto dire questo... ed infatti non lo dice! Il soggetto della frase di Giuseppe Flavio sono gli Zeloti, non Giovanni (di Gisacala) e Simone figlio di Ghiora che non erano Zeloti. Anzi, Simone era persino un avversario degli Zeloti, come ci racconta Giuseppe Flavio: "Perciò gli Zeloti s'impensierirono ai suoi progetti e, volendo prevenire uno che cresceva a loro danno, uscirono ad affrontarlo in armi con la maggior parte delle loro forze; Simone andò loro incontro e nel combattimento che ne seguì parecchi ne uccise e gli altri li respinse fino alla città." (Guerra Giudaica, Libro IV, Capitolo nono, verso 514).

In conclusione, la "traccia" di "Giovanni il Nazireo, figlio di Giuda il Galileo" scoperta da Emilio Salsi è quantomeno estremamente problematica ed incerta e certamente non sufficiente per provarne l'esistenza storica. Suggerirei pertanto ai curatori di Wikipedia di modificare la pagina dedicata a "Giovanni di Gamala", dove qualcuno ha scritto: "C'è una traccia di Giovanni di Gamala nelle opere di Flavio Giuseppe, precisamente nell'ottavo capitolo del VII libro della "Guerra giudaica", dal par. 252 al par. 274. Questa equivalenza è stata scoperta dallo studioso Emilio Salsi, che ne parla in modo approfondito e dettagliato sia nel proprio sito internet "Vangeli e Storia" che nel libro "Giovanni il Nazireo detto Gesù Cristo"."

Mario84

Messaggi : 82
Data d'iscrizione : 13.01.14

Torna in alto Andare in basso

Re: C'è "Giovanni di Gamala" in Guerra Giudaica di G. Flavio?

Messaggio Da delfi68 il Mer Gen 28 2015, 21:51

yessir

_________________

la consapevolezza della normalità della follia è una cosa che mi fa impazzire!
avatar
delfi68


Messaggi : 3240
Data d'iscrizione : 03.01.14

Torna in alto Andare in basso

Re: C'è "Giovanni di Gamala" in Guerra Giudaica di G. Flavio?

Messaggio Da Mario84 il Mar Feb 03 2015, 00:51

Approfondendo i miei studi, sono giunto alla conclusione che, probabilmente, il Signor Emilio Salsi potrebbe avere ragione quando afferma che quel "Giovanni" non è "Giovanni di Giscala".
Io avanzo l'ipotesi (forse sbagliata, considerata la mia ignoranza ed il fatto che non sono uno storico) che possa trattarsi di questo personaggio:
"Ai rivoluzionari non bastò di mettere in catene i prigionieri e stimarono malsicuro di tenere così rinchiusi per lungo tempo dei personaggi di primo piano; infatti le loro numerose casate erano in grado di farne vendetta, e poi poteva accadere che il popolo insorgesse contro tale iniquità. Decisero dunque di assassinarli e ne incaricarono un tal Giovanni, il più sanguinario fra loro, che nella lingua del paese era chiamato “figlio di Dorcade”. Assieme a lui entrarono nel carcere altri dieci uomini armati e fecero strage dei detenuti."
(Guerra Giudaica, Libro IV, capitolo III, versi 143-145)

Ma sono sempre più convinto che sia infondata l'ipotesi di Emilio Salsi, secondo la quale "Giovanni" e "Simone figlio di Ghiora" citati nell'ottavo capitolo del settimo libro di Guerra Giudaica sarebbero in realtà una "traccia storica" (sfuggita ai copisti falsari) del presunto (e, storicamente, inesistente) figlio primogenito di Giuda il Galileo: "Giovanni di Gamala" e suo fratello Simone.

Infatti, di questo "Giovanni" e di "Simone figlio di Ghiora" Giuseppe Flavio ci parla abbondantemente nella sua opera "Guerra Giudaica", e ne fa un ritratto perfettamente coerente e compatibile con quei Giovanni e Simone che Emilio Salsi vuole a tutti i costi tramutare nei figli di Giuda il Galileo: Giovanni, che sarebbe morto nel 36/37 d.C. (secondo la "ricostruzione" ipotetica di Salsi) e Simone che venne giustiziato, insieme al fratello Giacomo, per ordine di Tiberio Alessandro tra il 46 ed il 48 d.C. (Vedi "Antichità Giudaiche" XX 102)

Ma nessuna fonte storica riporta il fatto che "Simone figlio di Giuda il Galileo" non risparmiò soprusi verso i liberi cittadini che lo avevano eletto a loro capo, né che lui ed il suo presunto fratello Giovanni abbiano mai fatto stragi quotidiane e si siano mostrati spietati verso i parenti prossimi.

Non c'è alcun dubbio (almeno, a mio modesto avviso), quel "Giovanni" e quel "Simone" non sono i figli di Giuda il Galileo. Quel "Giovanni" e quel "Simone" sono i capi banditi protagonisti di una sanguinaria e terribile guerra civile e fratricida che ebbe luogo nel corso del conflitto tra Romani e Giudei del 66/70 d.C.. Questo può appurarlo chiunque, leggendo il testo di Giuseppe Flavio che ora vi propongo. Sì, è molto lungo ma avvincente, credetemi. In ogni caso, non è necessario leggerlo per intero, ho evidenziato i passaggi fondamentali, nel nostro caso. Buona lettura!

Libro IV: 503 - 9, 3. Ma su Gerusalemme stava allora per abbattersi un'altra guerra. V'era un certo Simone, figlio di Ghiora, nativo di Gerasa, un giovane che per furbizia restava indietro a Giovanni, il quale già la faceva da padrone nella città, ma era a lui superiore per vigoria del corpo e per audacia;
Libro IV: 504 questo [Simone] aveva costretto il sommo sacerdote Anano ad allontanarlo dalla toparchia di Acrabatene, messa sotto il suo controllo, ed egli si era allora unito ai briganti che occupavano Masada.
[...]
Libro IV: 508 Allora Simone, che mirava alla conquista del potere e sognava grandi imprese, udita anche la fine di Anano, si ritirò fra i monti e, promettendo la libertà agli schiavi e premi ai liberi, radunò da ogni parte una banda di briganti.
Libro IV: 509 - 9, 4. Appena ebbe ai suoi ordini una banda abbastanza forte si diede a fare incursioni contro i villaggi di montagna; quindi, reso audace dai continui arrivi di altri briganti, scese ad operare in pianura.
Libro IV: 510 Quando poi diventò un pericolo anche per le città, molte persone per bene si lasciarono attrarre verso di lui dalla sua forza e dal successo delle sue imprese, e la sua non fu più una banda di soli schiavi e ladroni, ma anche di non pochi cittadini che gli prestavano ubbidienza come a un re.
Libro IV: 511 Ed egli prese a battere non solo la toparchia di Acrabatene, ma anche la regione fino alla grande Idumea; infatti in un borgo chiamato Nain egli innalzò un fortilizio cinto di mura e lo usava come base difensiva;
Libro IV: 512 poi nel vallone di nome Ferete allargò molte caverne, oltre a quelle che trovò già pronte, per depositarvi i tesori e il ricavato delle razzie.
Libro IV: 513 Ivi ripose anche i viveri saccheggiati, e nell'interno di esse erano alloggiati anche la maggior parte dei suoi uomini; era chiaro che addestrava le sue schiere e faceva gli altri preparativi con la mira di attaccare Gerusalemme.
Libro IV: 514 - 9, 5. Perciò gli Zeloti s'impensierirono ai suoi progetti e, volendo prevenire uno che cresceva a loro danno, uscirono ad affrontarlo in armi con la maggior parte delle loro forze; Simone andò loro incontro e nel combattimento che ne seguì parecchi ne uccise e gli altri li respinse fino alla città.
Libro IV: 515 Non sentendosi ancora abbastanza forte, si astenne dal dar l'assalto alle mura; preferì invece assoggettare prima l'Idumea, e con ventimila uomini si mise in marcia verso le sue frontiere.
[...]
Libro IV: 529 - 9, 7. Simone, essendo inaspettatamente penetrato nell'Idumea senza colpo ferire, con un attacco di sorpresa s'impadronì per prima della cittadina di Hebron, dove fece molto bottino e asportò grandi quantità di viveri.
[...]
Libro IV: 534 Da Hebron Simone prese a fare le sue incursioni in tutta l'Idumea, non soltanto saccheggiando villaggi e città, ma divorando anche la campagna perché i viveri non bastavano a una sì grande moltitudine: oltre gli armati lo seguiva una turba di quarantamila persone.
Libro IV: 535 A tali bisogni si aggiungeva la sua ferocia e l'odio per quella popolazione, onde ancor più gravi risultarono i guasti inflitti all'Idumea.
Libro IV: 536 Come si può vedere un bosco completamente spogliato dopo che son passate le cavallette, così alle spalle dell'esercito di Simone restava il deserto;
Libro IV: 537 qui incendiavano, lì demolivano, e poi distruggevano tutta la vegetazione del paese o calpestandola o tagliandola, e la terra lavorata diventava sotto i loro piedi più dura di quella non lavorata. Insomma, di quello che essi distruggevano non restava nemmeno un segno che fosse mai esistito.
Libro IV: 538 - 9, 8. Tutto ciò ebbe l'effetto di rinfocolare le apprensioni degli Zeloti; questi non osarono affrontarlo in campo aperto, ma gli tesero degli agguati e catturarono sua moglie e parecchie persone del suo servizio.
Libro IV: 539 Poi, tutti trionfanti come se avessero preso Simone in persona, fecero ritorno in città aspettandosi che fra breve quello, deposte le armi, sarebbe venuto a supplicarli di restituirgli la moglie.
Libro IV: 540 E invece non da pietà, ma da furore egli fu preso per il rapimento e, avvicinatosi alle mura di Gerusalemme, sembrava una belva ferita che, non potendo sfogarsi sui feritori, si sfogava su chi capitava.
Libro IV: 541 Chiunque usciva dalle porte per raccoglier erbe o legna, anche se disarmato o vecchio, egli lo faceva catturare e uccidere fra i tormenti, inferocito al punto che per poco non divorava le carni dei morti.
Libro IV: 542 Molti anche ne rimandò indietro con le mani mozzate, col proposito di atterrire i nemici e, insieme, di istigare il popolo contro i colpevoli.
Libro IV: 543 Per mezzo di essi mandò a dire che Simone aveva giurato sul Dio cui nulla sfugge che, se non si fossero affrettati a restituirgli la moglie, avrebbe sfondato le mura e inflitto il medesimo castigo a tutti gli abitanti della città, senza nessun riguardo per l'età e senza distin*zione fra innocenti e colpevoli.
Libro IV: 544 Tali minacce atterrirono non soltanto il popolo, ma anche gli Zeloti, che gli rimandarono la moglie, ed egli per il momento si acquietò sospendendo per un poco le continue stragi.
[...]
Libro IV: 556 - 9, 10. Simone, dopo aver strappato la moglie dalle mani degli Zeloti, si rivolse di nuovo contro ciò che restava dell'Idumea, e assaltando da ogni parte la popolazione costrinse i più a fuggire a Gerusalemme.
Libro IV: 557 Egli li inseguì fino alla città e, circondate di nuovo le mura, metteva a morte tutti quelli che uscivano per lavorare in campagna e cadevano nelle sue mani.
Libro IV: 558 Così per il popolo Simone era, fuori le mura, un nemico più terribile dei romani, mentre all'interno più feroci degli altri due erano gli Zeloti, fra i quali si distingueva per i disegni delittuosi e per la temerità il gruppo dei Galilei;
Libro IV: 559 erano stati infatti costoro a portare al potere Giovanni, ed egli li ricompensava del predominio che gli avevano procurato concedendo a ciascuno di fare ciò che voleva.
Libro IV: 560 Con un insaziabile desiderio di preda frugavano le case dei ricchi, uccidevano gli uomini e stupravano le donne come fosse un gioco;
Libro IV: 561 poi col bottino lordo di sangue gozzovigliavano e infine, sazi, si abbandonavano senza ritegno all'effeminatezza acconciandosi i capelli, indossando abiti da donna, cospargendosi di profumi e dandosi il bistro agli occhi per farsi più belli.
Libro IV: 562 E le donne non le imitavano soltanto nel modo di agghindarsi, ma anche nelle pratiche amorose, ideando con frenetica dissolutezza infami amplessi, rotolandosi nella città come in un bordello, dopo averla tutta insozzata con le loro nefandezze.
Libro IV: 563 Ma se avevano visi di donna, le loro erano mani d'assassini: mentre procedevano con molle andatura all'improvviso si trasformavano in audaci uomini d'arme, ed estraendo le spade da sotto alle vesti dai colori sgargianti trafiggevano chiunque capitava.
Libro IV: 564 Chi fuggiva da Giovanni riceveva da Simone un'accoglienza ancora più funesta, e se uno si salvava dal tiranno di dentro periva ad opera di quello di fuori.
Libro IV: 565 Per chi voleva pas*sare ai romani ogni via di scampo era sbarrata.
Libro IV: 566 - 9, 11. Ma tra le forze di Giovanni scoppiò la rivolta, e tutti gli Idumei che ne facevano parte si staccarono e insorsero contro il despota, invidiosi della sua potenza e stanchi della sua crudeltà.
Libro IV: 567 Passati all'attacco, uccisero un gran numero di Zeloti e i rimanenti li costrinsero a rifugiarsi nel palazzo reale costruito da Grapte, una parente di Iza, re degli Adiabeni;.
Libro IV: 568 Ma assieme agli Zeloti vi fecero irruzione anche gli Idumei, che di là li ricacciarono fin nel tempio; poi si diedero al saccheggio dei tesori di Giovanni,
Libro IV: 569 che abitava nel palazzo suddetto e vi aveva riposto il frutto della sua prepotenza.
Libro IV: 570 Nel frattempo la massa degli Zeloti che era dispersa nella città si raccolse nel tempio unendosi a quelli che erano stati messi in fuga, e Giovanni si preparò a guidarli giù contro il popolo e gli Idumei.
Libro IV: 571 Questi ebbero paura non tanto del loro attacco, essendo più forti in combattimento, quanto della loro follia, pensando che quelli di nottetempo potevano fare una sortita dal tempio, ucciderli e dar fuoco alla città.
Libro IV: 572 Si radunarono allora a consiglio con i sommi sacerdoti per deliberare come difendersi dal loro assalto.
Libro IV: 573 Ma il Dio sconvolse le loro menti ed essi pensarono di ricorrere a un rimedio peggiore del male; infatti per liberarsi di Giovanni decisero di far entrare Simone, cioè di attirarsi un secondo padrone, e per di più sollecitandolo con le preghiere.
Libro IV: 574 La decisione venne eseguita e il sommo sacerdote Mattia fu inviato a pregare quel Simone, che tanto avevano temuto, di voler entrare in città. Unirono le loro insistenze anche tutti quelli che erano stati costretti a fuggire da Gerusalemme per gli Zeloti e che desideravano di recuperare case e averi.
Libro IV: 575 Simone acconsentì con grande degnazione di far loro da padrone e fece il suo ingresso come per liberare la città dagli Zeloti, acclamato dal popolo quale salvatore e protettore;
Libro IV: 576 ma quando fu dentro col suo esercito non pensò che al suo potere, considerando quelli che l'avevano invocato non meno nemici di coloro contro cui era stato invocato.
Libro IV: 577 - 9, 12. Così il mese di Xanthico del terzo anno di guerra Simone si fece signore di Gerusalemme mentre Giovanni e la banda degli Zeloti, impediti di uscire dal tempio e perduto tutto ciò che avevano in città e che era stato immediatamente saccheggiato dagli uomini di Simone, cominciavano a disperare della loro sorte.
Libro IV: 578 Con l'aiuto del popolo Simone diede l'assalto al tempio, ma gli avversari, dispostisi sui portici e dietro le merlature, respinsero gli attacchi.
Libro IV: 579 Tra le file di Simone caddero parecchi e molti riportarono ferite; gli Zeloti infatti, stando più in alto, potevano effettuare i loro tiri con maggiore facilità ed efficacia.
[...]
Libro IV: 584 e da quel momento Simone rallentò gli attacchi, essendosi i suoi uomini perduti d'animo, pur continuando a battersi validamente per il vantaggio della superiorità numerica; ma i proiettili delle catapulte a lunga gittata aprivano numerosi vuoti fra i suoi.
[...]
Libro IV: 657 Una volta restituita la sicurezza a tutto l'impero, e salvato lo stato romano contro ogni speranza, Vespasiano portò la sua attenzione su ciò che rimaneva della Giudea.
Libro IV: 658 Egli era ansioso di salpare per Roma appena fosse finito l'inverno, e perciò sistemò rapidamente le cose in Alessandria, mentre spediva il figlio Tito con forze scelte a conquistare Gerusalemme.
[...]
Libro V: 1 - 1, 1. Tito, dopo aver attraversato il deserto come sopra abbiamo detto, si trasferì dall'Egitto alla Siria arrivando a Cesarea, dove aveva deciso di effettuate il concentramento delle forze.
Libro V: 2 Ma mentre egli stava ancora ad Alessandria intento ad assistere il padre nella sistemazione dell'impero che da poco il Dio aveva dato in loro potere, in Gerusalemme la guerra delle fazioni aveva nuovi sviluppi e diventava una lotta a tre, perché una delle due parti si rivoltava contro sé stessa: il che, trattandosi di farabutti, ben poteva dirsi che era un bene e un'opera della giustizia.
Libro V: 3 L'attacco degli Zeloti contro il popolo, che segnò l'inizio della rovina della città, già si è detto sopra con grande accuratezza donde ebbe origine e in quali disastri culminò;
Libro V: 4 ora non sbaglierebbe chi dicesse che la nuova fu una rivolta scoppiata dal tronco della rivolta, che essa fu come una belva infuriata che, quando non ha altro da divorare, finisce per infierire contro le proprie carni.
Libro V: 5 - 1, 2. Infatti Eleazar figlio di Simone, colui che all'inizio aveva separato dal popolo gli Zeloti facendoli penetrare nel tempio, fingendo ora di essere sdegnato per le quotidiane ribalderie di Giovanni, che non metteva termine alle sue stragi, ma in realtà perché non soffriva di sottostare a un tiranno più giovane,
Libro V: 6 essendo spinto dal desiderio di comandare e di stabilire un suo potere personale, si distaccò dagli altri prendendo seco due dei notabili, Giuda figlio di Chelchia e Simone figlio di Esron, nonché Ezechia figlio di Chobaris, un personaggio di un certo rilievo.
Libro V: 7 Ciascuno di costoro si tirò dietro non pochi Zeloti, ed essi presero possesso della parte più interna del tempio collocando le loro armi sopra alle sacre porte sulla facciata santa.
Libro V: 8 Disponendo di grande quantità di viveri stavano tranquilli - per chi non aveva scrupoli religiosi le provviste sacre rappresentavano un'abbondante riserva -; tuttavia, preoccupati a causa del loro esiguo numero, per lo più non si muovevano dalla loro posizione.
Libro V: 9 Giovanni invece, quanto era a loro superiore per numero di uomini, tanto era inferiore per la posizione, e avendo i nemici sopra la testa non poteva né attaccare senza pericolo né, per lo sdegno, starsene quieto;
Libro V: 10 sebbene fossero maggiori le perdite che subiva rispetto a quelle che infliggeva ai partigiani di Eleazar, tuttavia non si dava pace; gli assalti ravvicinati e i tiri alla lontana si susseguivano senza tregua, e tutto il tempio era profanato dalle stragi.
Libro V: 11 - 1, 3. Simone figlio di Ghiora, che il popolo vinto dalla disperazione aveva scelto come tiranno e fatto entrare nella città sperandone aiuto, e che controllava la città alta e una parte della città bassa, prese ora ad investire con maggior violenza gli uomini di Giovanni, i quali erano contemporaneamente sottoposti agli attacchi dall'alto. Egli li incalzava dal basso, così come alla lor volta gli uomini di Giovanni incalzavano dal basso i nemici sovrastanti.
Libro V: 12 In tal modo Giovanni combatteva su due fronti infliggendo e subendo perdite, e lo svantaggio in cui si trovava rispetto agli uomini di Eleazar per la posizione inferiore era compensato dal vantaggio della posizione dominante rispetto a Simone.
Libro V: 13 Infatti gli attacchi dal basso li respingeva validamente usando solo proiettili lanciati a mano, mentre si serviva delle macchine per controbattere i tiri provenienti dalla parte alta del santuario;
Libro V: 14 disponeva infatti di una gran quantità di mangani, catapulte e baliste, con cui non soltanto colpiva gli avversari, ma uccideva anche molti partecipanti alle cerimonie sacre.
Libro V: 15 Sebbene infatti la loro folle empietà fosse esplosa in tutte le forme, avevano nondimeno concesso di entrare a chi voleva celebrare un sacrificio, pur tenendolo sotto stretta sorveglianza se era un paesano, e sottoponendolo a perquisizione se era un forestiero. Ma costoro, sebbene riuscissero ad entrare facendoli vergognare della loro crudeltà, restavano poi vittime dei combattimenti.
Libro V: 16 Infatti i proiettili scagliati dalle macchine raggiungevano con la loro violenza l'altare e il santuario piombando sui sacerdoti e sui partecipanti,
Libro V: 17 sicché molti che erano venuti dai confini della terra in quel santuario famoso e venerato da tutta l'umanità, cadevano esanimi essi stessi dinanzi alle vittime da loro offerte, aspergendo col proprio sangue quell'altare adorato da tutti i greci e i barbari.
Libro V: 18 Con i cadaveri dei paesani si mescolavano quelli degli stranieri, con i cadaveri dei sacerdoti quelli dei laici, e il sangue di ogni genere di vittime formava un lago nei luoghi santi.
Libro V: 19 Città sventuratissima, quale rovina paragonabile a questa ti causarono i romani, che entrarono per purificare col fuoco le nefandezze del tuo popolo. Tu non eri più né potevi rimanere la sede di Dio, una volta che eri diventata la tomba dei cittadini massacrati, e il tempio era stato trasformato in una fossa comune per le vittime della guerra civile! Eppure, potresti tornare ad avere una sorte migliore se mai riuscissi a placare il Dio che ti ha distrutta!
Libro V: 20 Ma lo storico deve, fra l'altro, raffrenare i propri sentimenti, poiché non è questo il momento di compiangere la patria, ma di esporre i fatti. Narrerò quindi i successivi sviluppi della guerra civile.
Libro V: 21 - 11, 4. Quelli che stavano portando alla rovina la città si dividevano in tre schiere: gli uomini di Eleazar, che avevano nelle loro mani le sacre primizie depositate nel tempio e che sfogavano il loro furore contro Giovanni, i partigiani di Giovanni, che spogliavano il popolo e lottavano contro Simone, e quest'ultimo, che succhiava anch'egli dalla città i mezzi per la lotta contro gli avversari.
Libro V: 22 Giovanni, quando era attaccato da entrambe le parti, divideva i suoi uomini in due schieramenti opposti, bersagliando dall'alto dei portici gli assalitori che salivano dalla città e controbattendo con le macchine i tiri effettuati dalla parte superiore del tempio;
Libro V: 23 quando poi capitava di non aver pensieri dagli attaccanti dall'alto, che spesso si fermavano per l'ubriachezza e la fatica, allora con più coraggio e con più uomini usciva a scontrarsi con gli uomini di Simone.
Libro V: 24 In qualsiasi punto della città arrivava, appiccava sempre il fuoco ai depositi di grano e di ogni altro genere di provviste; la medesima cosa faceva poi Simone incalzandolo mentre quello si ritirava, e sembrava che volessero fare un favore ai romani distruggendo i viveri che la città aveva messo da parte in vista di un assedio, e recidendo i nervi della propria forza.
Libro V: 25 Tutti i dintorni del tempio andarono distrutti dal fuoco e la città si trasformò in un desolato campo di battaglia per la guerra civile, mentre le fiamme divoravano quasi tutto il grano che, in caso di assedio, poteva bastar loro per non pochi anni.
Libro V: 26 E fu per fame che alla fine essi furono presi, ciò che non sarebbe stato affatto possibile, se non ne avessero gettato da sé le premesse.
Libro V: 27 - 1, 5. Mentre la città era sottoposta da ogni parte ai colpi dei suoi carnefici e delle loro marmaglie, il popolo era come un gran corpo che stava in mezzo e ne rimaneva dilaniato.
Libro V: 28 I vecchi e le donne, giunti alla disperazione per le loro sofferenze pregavano perché venissero i romani e aspettavano ansiosamente la guerra esterna per liberarsi dai mali interni.
Libro V: 29 Le persone per bene erano in preda a un grande smarrimento e al terrore, perché non v'era né possibilità di provocare un mutamento della situazione, né speranza di un accordo, o di una fuga per chi volesse;
Libro V: 30 tutti i luoghi erano sottoposti a sorveglianza, e i capibanda - che per il resto erano in contrasto - ammazzavano come nemici comuni chi propugnava la pace con i romani o chi era sospettato di voler disertare, e si trovavano d'accordo soltanto nel far strage di quelli che invece meritavano di vivere.
Libro V: 31 Incessanti erano di giorno e di notte i clamori dei combattenti, ma ancor più raccapriccianti erano i lamenti di quelli che gemevano per lo spavento.
Libro V: 32 Le stragi moltiplicavano i motivi di lutto, il terrore strozzava il loro pianto ed essi, soffocando i loro affanni per la paura, erano tormentati dai gemiti repressi.
Libro V: 33 Non v'era più rispetto per i parenti quand'erano vivi né cura di seppellirli dopo morti, e di entrambe queste cose era causa il fatto che ormai ognuno disperava di salvarsi; in realtà, chi non partecipava alla lotta delle fazioni aveva perduto qualsiasi interesse aspettandosi di morire da un momento all'altro.
Libro V: 34 Intanto i rivoluzionari si affrontavano calpestando i cadaveri ammonticchiati, e la frenesia che saliva da tutto quel sangue ai loro piedi li rendeva più bestiali.
Libro V: 35 Escogitando sempre qualche cosa di nuovo per distruggersi vicendevolmente ed attuando ogni piano fino in fondo senza pietà, non tralasciavano alcuna forma di violenza o di efferatezza.
Libro V: 36 Giovanni arrivò a impiegare il legname destinato ad usi sacri per fabbricare macchine da guerra: una volta il popolo e i sommi sacerdoti avevano deciso di consolidare le fondamenta del tempio per innalzarlo di altri venti cubiti, e il re Agrippa con enormi spese e fatiche aveva fatto venire dal Libano il legname necessario; si trattava di travi che meritavano di esser viste tanto erano grosse e diritte.
Libro V: 37 La guerra aveva troncato i lavori a metà e Giovanni, trovandoli di grandezza sufficiente per controbattere i nemici che aveva nella parte superiore del tempio,
Libro V: 38 le tagliò per fabbricarne delle torri che collocò dietro al piazzale interno, di fronte all'ala occidentale dell'esedra, l'unico lato da dove potevano accostarsi, mentre agli altri lati non si potevano avvicinare per le gradinate.
Libro V: 39 - 1, 6. Con tali macchine costruite senza scrupoli di empietà Giovanni sperava di farla finita con i nemici, ma il Dio rese vani i suoi sforzi facendo arrivare i romani prima che egli potesse far montare qualcuno sulle torri.
Libro V: 40 Infatti Tito, dopo aver fatto affluire presso di sé una parte delle forze, e date disposi*zioni alle altre perché lo raggiungessero a Gerusalemme, si mise in marcia da Cesarea.
[...]
Libro V: 71 - 2, 4. Allora per la prima volta la lotta delle fazioni all'interno della città, combattuta con rivalità incessante, si fermò per l'improvviso sopraggiungere della guerra esterna con tutte le sue minacce,
Libro V: 72 e i rivoluzionari, vedendo con costernazione che i romani stavano costruendo tre accampamenti, gettarono le basi di una funesta alleanza.
Libro V: 73 Cominciarono a chiedersi che cosa aspettavano, che cosa era loro successo per lasciarsi passivamente soffocare entro la stretta di quei tre baluardi, perché, mentre il nemico si costruiva tranquillamente una nuova città, contrapposta alla loro, essi se ne stavano rinchiusi nelle mura come ad assistere ad uno spettacolo interessante e utile, lasciando inerti le braccia e le armi.
Libro V: 74 “Faremo dunque sfoggio del nostro valore soltanto contro noi stessi” gridarono “e i romani per la nostra discordia prenderanno la città senza colpo ferite?”
Libro V: 75 Incitandosi con questi discorsi, si radunarono, afferrarono le armi, fecero un'improvvisa sortita contro la legione decima e, gettatisi giù per il burrone con terrificanti clamori, piombarono sopra ai nemici intenti alle opere di fortificazione.
Libro V: 76 Questi stavano sparpagliati a lavorare, e perciò i più avevano lasciate le armi, supponendo che i giudei non avrebbero avuto il coraggio di fare una sortita o che, se pure l'avessero osato, il loro impeto sarebbe stato paralizzato dalla discordia; pertanto furono presi alla sprovvista e gettati nello scompiglio.
Libro V: 77 Alcuni abbandonarono il lavoro affrettandosi a fuggire, molti invece corsero alle armi, ma furono, uccisi prima di poter affrontare i nemici.
Libro V: 78 Intanto s'ingrossavano continuamente le file dei giudei, incoraggiati dal successo dei primi, e sfruttando il momento favorevole essi sembravano non solo ai nemici, ma anche a sé stessi di esser in numero molto maggiore di quanti erano in realtà.
Libro V: 79 Sono specialmente i soldati abituati alla disciplina, e addestrati a combattere in bell'ordine ubbidendo ai comandi, che in caso d'improvviso disordine vanno soggetti a scompigliarsi. E così anche in quell'occasione i romani, colti alla sprovvista, cedettero agli assalti.
Libro V: 80 E quando, vistisi raggiunti, si rivoltavano, essi frenavano l'impeto dei nemici e li colpivano approfittando che quelli per lo slancio erano meno pronti a difendersi; ma alla fine, travolti dal numero sempre crescente di giudei che partecipavano alla sortita, abbandonarono l'accampamento.
Libro V: 81 Forse l'intera legione sarebbe allora stata in pericolo se Tito, informato della cosa, non fosse subito accorso in aiuto. Con molti rimproveri per la loro viltà fece tornare indietro i fuggiaschi e,
Libro V: 82 piombando con le truppe scelte del suo seguito sul fianco dei giudei, molti ne uccise e ancor più ne ferì respingendo tutti in basso verso il burrone.
Libro V: 83 Essi lungo il declivio subirono gravi perdite, ma quando raggiunsero l'altra costa si rivoltarono e, separati dal letto del torrente, si diedero a colpire i romani.
Libro V: 84 In tal modo combatterono fino a mezzogiorno; poco dopo Tito, avendo sistemato a difesa contro nuove sortite una linea composta dalle truppe accorse con lui e da elementi presi dalle varie coorti, rimandò in cima il resto della legione a completare i lavori di fortificazione.
Libro V: 85 - 2, 5. I giudei credettero che si trattasse di una ritirata e, al vedere che l'uomo da essi posto sulle mura faceva segno agitando la sua veste, una moltitudine di guerrieri freschi balzarono fuori con tale impeto, che la loro corsa sembrava quella di un branco di belve ferocissime.
Libro V: 86 E in effetti nessuno dei romani contrapposti ne sostenne l'urto, ma come battuti dai colpi delle artiglierie ruppero lo schieramento e si diedero a fuggire su per il monte.
Libro V: 87 A mezza costa restò fermo soltanto Tito con alcuni pochi, e sebbene quelli che, sprezzanti del pericolo, erano rimasti per rispetto del generale lo pregassero insistentemente di ritirarsi dinanzi ai giudei fanaticamente pronti a morire,
Libro V: 88 di non esporsi al pericolo a difesa di chi avrebbe invece dovuto difendere lui, di considerare la sua posizione personale e di non assumersi i compiti del soldato semplice lui che invece era signore della guerra e del mondo, e di non esporsi a un rischio così grave visto che da lui dipendeva ogni cosa, egli parve che nemmeno li udisse.
Libro V: 89 A quelli che venivano su dirimpetto a lui egli oppose una salda resistenza e, colpendoli in pieno petto, uccise quanti lo attaccavano; poi, scagliandosi addosso alle fitte schiere, le sospin*geva giù per il pendio.
Libro V: 90 Quelli, benché atterriti dal suo coraggio e dalla sua forza, non si decisero a far ritorno in città, ma scansandolo su entrambi i lati continuarono a incalzare i romani che fuggivano verso l'alto. Anche contro di questi Tito si scagliò colpendoli sul fianco, e ne bloccò l'impeto.
Libro V: 91 Nel frattempo i soldati che in cima attendevano ai lavori di fortificazione del campo, come videro fuggire quelli da basso, furono nuovamente presi dal terrore,
Libro V: 92 e tutta la legione si disperse credendo che l'attacco dei giudei avesse travolto ogni resistenza e che lo stesso Tito si fosse dato alla fuga, giacché mai gli altri sarebbero fuggiti se quello fosse rimasto.
Libro V: 93 Come presi dal panico, scapparono in tutte le direzioni finché alcuni si accorsero che il generale era impegnato nel folto della mischia; allora ebbero una gran paura per la sua sorte e, gridando, segnalarono il suo pericolo a tutta la legione.
Libro V: 94 La vergogna li fece tornare indietro, e rimproverandosi a vicenda non tanto di essere fuggiti quanto di avere abbandonato Cesare, si gettarono con tutte le forze contro i giudei e, una volta fattili ripiegare lungo il declivio, li risospinsero tutti giù verso la valle.
Libro V: 95 I giudei si ritiravano resistendo passo per passo, ma i romani avevano il vantaggio di stare più in alto e li ricacciarono tutti nel burrone.
Libro V: 96 Tito, che aveva travolto quelli dinanzi a lui, mandò di nuovo la legione a completare la fortificazione del campo mentre egli teneva a bada i nemici assieme a quelli con cui aveva prima resistito.
Libro V: 97 In conclusione, se si deve dire il vero senza nulla aggiungere per adulazione o detrarre per invidia, fu Cesare in persona che per due volte salvò l'intera legione in pericolo e le diede la possibilità di fortificarsi tranquillamente il campo.

Mario84

Messaggi : 82
Data d'iscrizione : 13.01.14

Torna in alto Andare in basso

Re: C'è "Giovanni di Gamala" in Guerra Giudaica di G. Flavio?

Messaggio Da Contenuto sponsorizzato


Contenuto sponsorizzato


Torna in alto Andare in basso

Torna in alto

- Argomenti simili

 
Permessi di questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum