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Contro Cartesio

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Contro Cartesio

Messaggio Da Diva il Ven Gen 23 2015, 00:22

Mi ero ripromessa di postare questo passo tratto da "La vita degli animali" di J.M. Coetzee, eccolo:

Essere vivi significa essere anime vive. Un animale -e tutti noi siamo animali- e' un'anima racchiusa in un corpo. E' cio' di cui si e' reso conto Cartesio e, per ragioni sue, cio' che ha scelto di negare. Un animale vive, ha detto Cartesio, come una macchina. Un animale non e' altro che il meccanismo che lo costituisce, se ha un'anima, ce l'ha nel senso in cui una macchina ha una batteria, per far scoccare la scintilla che la fa funzionare; ma l'animale non e' un'anima racchiusa in un corpo, e la qualita' del suo essere non e' la gioia.
Cogito ergo sum, ha anche detto Cartesio, e le sue parole sono diventate famose. E' una formula che mi ha sempre creato disagio. Implica che se un essere vivente non si dedica a cio' che chiamiamo pensiero e' in qualche modo un essere di seconda categoria. Al pensiero, alla cogitazione, io oppongo la pienezza, l'essere racchiusi in un corpo, la sensazione di essere: non la coscienza di se' come di una fantomatica macchina ragionante, bensi', al contrario, la sensazione -una sensazione pesantemente affettiva- di essere un corpo con arti che si estendono nello spazio, di essere vivi e aperti al mondo. Una simile pienezza e' in forte contrasto con lo stato fondamentale di Cartesio, che evoca una sensazione di vuoto: la sensazione di un pisello che sbatte di qua e di la' in un baccello.

Mi chiedevo se anche voi sperimentate alcune volte il vuoto che scaturisce dall'essere pensanti e coscienti di cui parla Coetzee... io guardo il mio cane che annusa l'erba, sente odori la cui potenza non posso immaginare. Osservo la bimba piccola della mia vicina di casa che mette in bocca un biscotto, mi chiedo che sapore deve avere un biscotto la prima volta che lo si assaggia. Il mio cane che annusa in quel momento si trasforma in fiuto. La bimba che mangia il biscotto per un attimo diventa il sapore di quel biscotto. Sono corpi che fremono nell'istante in cui la sensazione li pervade. Non pensano, sentono. E non c'e' dubbio che sono molto di piu' di me e di te quando pensiamo. "Penso, dunque sono"? Io non credo proprio. Io direi piuttosto "Sento, dunque sono". Anche se una volta raggiunta la consapevolezza di se', credo sia impossibile tornare a sperimentare quella piena comunione mente-corpo, quel senso di pienezza... almeno non in senso continuativo. Non c'e' dubbio che la consapevolezza sia un atto doloroso... esistono forse momenti rari in cui si riesce ancora ad essere nel vero senso della parola, essere sensazione... forse quando si e' folgorati da un'illuminazione, quando si prova troppo amore, quell'amore che fa male fisicamente, o nel dormiveglia, quando le immagini appaiono senza spazio e senza tempo... pero' poi o ci si addormenta o ci si risveglia nella consapevolezza di se', sono attimi che durano poco, ma che hanno il potere di riconnetterci col nostro essere piu' profondo e reale.

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Avalon il Ven Gen 23 2015, 09:02

Trovo un errore fondamentale, in questa romantica posizione.
Che 'pensare' e 'sentire' siano piani separati e non due normali funzioni della mente.

Non c'è alcun fondamento nel definire 'essere più profondo e reale' quello in cui la consapevolezza è appannata: livelli di attività del tronco encefalico, niente altro.

Okay, okay, romantico pensarci e Cartesio comunque era cretino (alquanto, scoperte geometriche e un buon aforisma non salvano dal marasma di cazzate che ha scritto/detto) ma al di là dell'emozione, il livello di 'sono' dipende dalla struttura biologica, e ha più senso ricercare informazioni valide nelle neuroscienze che in letteratura e filosofia: gente che parla senza sapere di cosa.

Diva, lo sai che ti adoro, perdonami mgreen cuori

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Tommy the Cat il Ven Gen 23 2015, 11:45

Diventare sordo, muto, cieco e privo delle terminazioni necessarie a percepire il mondo esterno in generale e conseguentemente restare da soli con la propria coscienza penso sia quanto più vicino all'inferno si possa arrivare da 'vivi'.
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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da delfi68 il Ven Gen 23 2015, 11:52

io ho risolto il dilemma affrontando e divorando testi di neuroscienze in cui si spiega esattamente il danno neurologico e il prodotto del danno.

tutte le magnificenze proprie dell'animale cosciente e pensante sono cosi banalmente legate alla corretta funzionalità modulare dei neuroni che alla fin fine mi riesce visualizzare il pensiero, non più plastico e magico, ma un concatenarsi di processi velocissimi e ridondanti, i quali ci appaiono, appunto plastici.

non è cosi.

il pensiero, il libero arbitrio e le funzionalità "magiche" sono solo un velocissimo comporsi e ricomporsi di stimoli elettrochimici, basta un piccolo incidente e si svela la semplice e banale sustanzialità del pensiero astratto.

abbiamo adidirtura moltissime false percezioni della realtà, dei ricordi e delle decisioni arbitrarie. siamo spesso in coda aun processo mentale per cui crediamo addirittura di aver preso decisioni a posteriori di un ragionamento quando invece è esattamente il contrario! spesso scegliamo dopo aver già deciso, ma il sistema cervello non ce lo svela volentieri..

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Diva il Ven Gen 23 2015, 11:56

Concordo sul fatto che "pernsare" e "sentire" siano due normali funzioni della mente e questo penso che non ponga nessun ostacolo al mio ragionamento... la dicotomia mente (come luogo in cui risiedono i pensieri razionali) e corpo (dove esistono le sensazioni, le passioni, gli affetti) e' un'innegabile percezione di ogni individuo dotato di coscienza. Cartesio dice una cazzata e siamo d'accordo, ma non perche' sostiene l'esistenza del pensiero VS estensione, ma perche' colloca il pensiero in posizione privilegiata.

E non lo dice solo Cartesio, eh, millemila anni di religione, di pensiero filosofico e di sentire comune a partire dall'infanzia tendono a separare l'anima dal corpo, perche' e' cosi' che viene naturale.

Le neuroscienze infatti smentiscono proprio questa visione dell'omino invisibile (l'anima, o meglio la mente) nel "teatro cartesiano" che dirige il corpo come se fosse una marionetta, nonostante questo sia proprio cio' che percepiamo chiaramente. Altrimenti non avrebbe senso parlare di volonta', di controllo sulle nostre azioni, di processi decisionali.

A questo proposito vorrei citare l'esperimento di Libet che dimostra chiaramente come la coscienza e il pensiero razionale non siano che una parte marginale di cio' che e' l'individuo e che questi non sono assolutamente una nostra "essenza".

Libet ha scoperto che nell'azione di muovere la mano, il movimento viene prima del pensiero. Ovvero noi iniziamo a muovere la mano prima che la nostra parte razionale decida di farlo, lo scarto e' di circa 500 millisecondi...

Esperimento di Libet:
Libet ha condotto le sue ricerche allo scopo di determinare il tempo intercorrente tra l’esecuzione d’un atto e il rendersi conto di farlo, che ha scoperto essere di 0,5 secondi. Per giungere a questa conclusione egli e i suoi collaboratori hanno messo a punto un sistema di rilevazione e una procedura di tipo rigorosamente oggettivo basato sul potenziale di scarica dei neuroni.[1][2] L’apparecchiatura utilizzata era costituita da quattro dispositivi:

1° un oscilloscopio a raggi catodici;
2° un normale elettroencefalografo per EEG;
3° un monitor che registra l’attività neurale durante il periodo di esperimento;
4°, un elettromiografo (EMG) che coglieva con precisione il momento in cui il muscolo si muoveva.
L’oscilloscopio registrava frequenza e ampiezza delle onde cerebrali in relazione ai vari punti della corteccia cerebrale su cui venivano collocati gli elettrodi dell'elettroencefalografo, mentre il miografo registrava il punto 0 dell’esperimento, ovvero l’attimo d’inizio dell’azione.

La procedura di rilevazione consisteva nel porre una serie di persone quali soggetti d'esperimento, con elettrodi applicati alla corteccia, posti di fronte al timer dell’oscilloscopio. Ciò che essi dovevano fare era eseguire un'azione semplicissima come premere un pulsante o flettere un dito, guardando contemporaneamente il segnale sull’oscilloscopio. L'esperimento, rilevando lo scarto tra la consapevolezza del movimento e il movimento stesso, permise a Libet di conseguire quanto si era proposto, cioè stabilire con quale ritardo la coscienza d'un atto si ponga rispetto all'atto stesso

A parte il fatto che questo potrebbe mettere seriamente nei guai i sostenitori del libero arbitrio, io mi limito a prendere atto che la coscienza non guida effettivamente le nostre azioni e che il "livello piu' profondo" e' quello del movimento che non appartiene alla nostra sfera razionale, bensi' a quella coroprea/sensoriale.

Quello che io sostengo, contro Cartesio, e' che la coscienza crea uno sdoppiamento che, benche' utile per vivere e benche' ci fornisca uno strumento che in qualche modo raddoppia la nostra possibilita' d'azione e comprensione sui e dei fenomeni, allo stesso tempo ci taglia a meta', privandoci di quella pienezza d'essere di cui parla Coetzee.


Ultima modifica di Diva il Ven Gen 23 2015, 12:00, modificato 1 volta

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Diva il Ven Gen 23 2015, 11:58

@delfi68 ha scritto:
abbiamo adidirtura  moltissime false percezioni della realtà, dei ricordi e delle decisioni arbitrarie. siamo spesso in coda aun processo mentale per cui crediamo addirittura di aver preso decisioni a posteriori di un ragionamento quando invece è esattamente il contrario! spesso scegliamo dopo aver già deciso, ma il sistema cervello non ce lo svela volentieri..

Esatto, mi hai preceduta. Hai letto "L'evoluzione della liberta'" di Dennett? Se no, te lo consiglio vivamente. yessir

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da delfi68 il Ven Gen 23 2015, 11:58

in compenso trovo consolazione nel prendere atto delle cose cosi come mi appaiono e non del come sono.

mi continua a piacere leggere poesie, decido di non soffermermi sul fatto che mi emoziono solo grazie a un corretto funzionamento neuronale, senza il quale le poesie sarebbero testi senza nessun senso..

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Avalon il Ven Gen 23 2015, 12:04

Libet, purtroppo, non dimostra altro con quell'esperimento che la mancata conoscenza dei processi neurali. Roba vecchia.

Il movimento precedente la decisione di muoversi, è una fallacia dovuta al percorso dell'attivazione neurale fa per comunicare al cervelletto 'muoviti' e alla corteccia 'mi muovo' e riceverne il feedback: il cervelletto ha una particolare struttura modulare e veloce, in cui il segnale viaggia più velocemente; ma conta il punto e il momento dell'origine del segnale, quanto a 'decisione'.
La mente decide, e opera nei tempi delle parti encefaliche coinvolte.

Tutto il resto non lo commento, perché è semplicemente qualcosa che può piacere ma senza alcun fondamento.


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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da delfi68 il Ven Gen 23 2015, 12:06

sto leggendo : Chi comanda?

di Michael Cazzaniga, ed. Le scienze e Codice, Torino.

un'immersione nel cervello reale e della sostanza del pensiero.
mi deprime e mi esalta allo stesso tempo.
mi delude e mi ingigantisce di ego, per essere in fin dei conti, comunque una meraviglia della natura, talmente complessa che è sorprendente come si sia potuta creare una macchia cosi raffinata in un brevissimo lasso di tempo, tra due parentesi di ordine in un universo massimamente entropico che volge verso la massima entropia potenziale, dove tutto sarà annullato.

c'era una piccolissima finestra di organizzazione su un muro di caos è ho avuto la fortuna di potermici affacciare! ..questo è culo.

sarò anche una macchina biologica, ma almeno lo so e posso "guardare" e "rendermene conto" Il mio miracolo personale l'ho ricevuto, anzichè essere polvere atomica tra una stella e un'altra mi sono ricongiunto in un essere che può comprendere l'enorme fortuna!

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Avalon il Ven Gen 23 2015, 12:09

Lo so che lo stai leggendo... servono anche a te le mie sottolineature? clown

Non c'è nulla di brutto nell'essere macchine biologiche - senzienti e autocoscienti; che vuoi di più dalla vita?
Ci vogliamo anche bene!! happy10

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da delfi68 il Ven Gen 23 2015, 12:13

sei una donna incredibilmente speciale..certe volte ho pensato che eri semplicemente mezza pazza, poi, piano piano, negli anni e nei rapporti ho compreso che sotto la tua apparente follia c'è la pura lucidità di chi ha sbirciato oltre i muri, aldilà delle convenzioni, un po più in profondità nello stagno torbido della vita..

non so se tu stessa hai la percezione chiara di come riesci a vivere questa vita..sei una persona notevolmente fortunata!

io riesco a sbirciare dietro le tende delle quinte solo a tratti.. e questa perdita di tempo, tra una sbirciata e l'altra mi arrabbia e frustra..


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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Fux il Dom Gen 25 2015, 17:28

@Avalon ha scritto:Libet, purtroppo, non dimostra altro con quell'esperimento che la mancata conoscenza dei processi neurali. Roba vecchia.
Quindi non c'entra nulla con la questione del "libero arbitrio"?
@delfi68 ha scritto:sto leggendo :  Chi comanda?

di Michael Cazzaniga, ed. Le scienze e Codice, Torino.
Molto interessante, la Tata l'aveva prestato a me l'anno scorso. ça_va

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Diva il Lun Gen 26 2015, 00:35

@Avalon ha scritto:Libet, purtroppo, non dimostra altro con quell'esperimento che la mancata conoscenza dei processi neurali. Roba vecchia.

Non è roba vecchia, anzi, attualissima, visto che persino Dennett in uno dei suoi ultimi libri si prende la briga di spenderci molte pagine per confutare (secondo me con scarso successo) la conclusione che l'esperimento mette in dubbio l'esistenza del libero arbitrio.

Il nocciolo del discorso comunque, Libet o non Libet, è che come dici tu non siamo a conoscenza (leggi non siamo coscienti) dei nostri processi neurali. Quindi, non essere consci dell'intera catena causale che determina la mia azione significa che in qualsiasi punto di essa del quale io sono allo scuro perdo la mia capacità di controllarla. La conclusione è proprio che io non controllo razionalmente gran parte delle mie azioni. Ho la percezione di controllarle perché a posteriori trovo ragioni che mi hanno indotta ad agire così. Senza ora tirare in ballo li libero arbitrio (al quale per inciso non credo, se non come ad una  funzionale invenzione umana data dalla nostra percezione di cui sopra), anche se per rispondere a Fux sarebbe opportuno farlo... Magari apriamo un altro thread.

@Avalon ha scritto:
Tutto il resto non lo commento, perché è semplicemente qualcosa che può piacere ma senza alcun fondamento.


Non capisco perché sarebbero cose (quali cose?) senza fondamento... Sono riflessioni, si può anche non essere d'accordo, ma le argomentazioni fondate sono lì da leggere. Non ti sentire in dovere ci commentare per forza, eh, si fa per discutere, se non ti va non è un problema!

Poi però non capisco la tendenza di alcuni (non solo tua eh, anche altri lo fanno) di bollare come eccessi di romanticismo tutte le volte che si mette in discussione il ruolo della ragione come se questa fosse la più alta facoltà umana non passibile di critica. Anche se io credo che la ragione sia effettivamente il miglior strumento a nostra disposizione per comprendere le nostre esperienze di mondo, penso che individuarne i limiti e riconoscere che siamo guidati anche da altro, sia un atteggiamento saggio. Mi sembra che a volte su questo ci sia un atteggiamento un po' dogmatico...

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Messaggio Da Fux il Lun Gen 26 2015, 00:52

@Diva ha scritto:Non è roba vecchia, anzi, attualissima, visto che persino Dennett in uno dei suoi ultimi libri si prende la briga di spenderci molte pagine per confutare (secondo me con scarso successo) la conclusione che l'esperimento mette in dubbio l'esistenza del libero arbitrio.
Mi pare sia citato anche nel libro di Gazzaniga che sta leggendo delfi, ma sinceramente mi sfugge in che termini...
Il nocciolo del discorso comunque, Libet o non Libet, è che come dici tu non siamo a conoscenza (leggi non siamo coscienti) dei nostri processi neurali. Quindi, non essere consci dell'intera catena causale che determina la mia azione significa che in qualsiasi punto di essa del quale io sono allo scuro perdo la mia capacità di controllarla. La conclusione è proprio che io non controllo razionalmente gran parte delle mie azioni.
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Messaggio Da Diva il Lun Gen 26 2015, 10:54

@Fux ha scritto:
Il nocciolo del discorso comunque, Libet o non Libet, è che come dici tu non siamo a conoscenza (leggi non siamo coscienti) dei nostri processi neurali. Quindi, non essere consci dell'intera catena causale che determina la mia azione significa che in qualsiasi punto di essa del quale io sono allo scuro perdo la mia capacità di controllarla. La conclusione è proprio che io non controllo razionalmente gran parte delle mie azioni.
dubbioso

Intendo dire che la stragrande maggioranza dei nostri processi neurali si svolgono dietro alle quinte e non ne siamo coscienti* (ovvero, la parte cosciente della nostra mente non li rileva). Immagina la coscienza come l'interfaccia utente del pc, serve per facilitarne l'uso, ma non e' a conoscenza dei processi che avvengono all'interno del computer. Concordi sul fatto che possiamo intervenire sulle catene causali solo laddove siamo a conoscenza dei singoli passaggi? Bene, se alcuni di questi passaggi ci sono ignoti (la coscienza rileva solamente i riusltati di questi passaggi), la conclusione e' che non li possiamo controllare interamente.

*per essere coscienti dello stato mentale A non basta avere lo stato mentale A, ma si deve avere uno stato mentale B che ha per oggetto lo stato mentale A. Non sempre questo avviene, basta pensare a quante volte abbiamo stati mentali di cui non siamo coscienti. Per esempio ti sara' capitato ancora di guidare la macchina ed evitare un furgone parcheggiato in seconda fila. Lo stato mentale A e' la conoscenza della posizione del furgone in seconda fila. Un amico seduto al posto del passeggero ti fa poi notare che hai evitato il furgone, ma tu dici di non averlo nemmeno notato. Questo significa che hai agito di riflesso e che, essendo una decisione che la tua mente ha preso in maniera veloce ed automatica, ha escluso la tua coscienza per risparmiare tempo ed energia, cosa che per una ragione evolutiva gli organismi tendono sempre a fare. Per questo motivo tu non avrai nessuno stato mentale B che ha per oggetto lo stato mentale A (o meglio, ce lo avrai solo perche' il tuo amico te lo ha fatto notare, altrimenti non si sarebbe spontaneamente palesato nella tua mente).

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Messaggio Da Avalon il Mar Gen 27 2015, 09:30

Dunque.

Io ieri mattina mi ero messa d'impegno a rispondere a questo argomento, portandomi alla scrivania un mucchietto di caramelle gommose come carburante.
Mi rileggo tutto un po' di volte, masticando e riflettendo, riflettendo e masticando su cosa scrivere.

Quando mi sono accorta che stavo per mangiarmi anche la gomma per cancellare, ho realizzato che non ci stavo abbastanza col cervello e che magari era meglio rimandassi.

Però a Delfi intanto una cosa la devo dire...

Sì, sono dannatamente fortunata.
Sì, sono folle anche io.
Ci ho messo anni anche io a rendermi conto che qualcosa di quella follia io e te e Nemo la condividiamo, raccontandola e vivendola in modi tanto diversi che mi ci è voluto un tempo lunghissimo per capirlo.

Come riesco? Guardo la morte e non mi fa paura, e ne sono fiera. Credo sia tutto lì.
Delfi loveyou

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Messaggio Da Fux il Mar Gen 27 2015, 10:33

@Diva
Come ti ho scritto ieri, non mi hai sconvolto con questo discorso. mgreen Però c'è qualcosa che non mi convince, ma non saprei dire cosa (forse non sono cosciente dello stato mentale che mi porta ad essere perplesso? uaah ).
@Avalon ha scritto:Quando mi sono accorta che stavo per mangiarmi anche la gomma per cancellare, ho realizzato che non ci stavo abbastanza col cervello e che magari era meglio rimandassi.
uaah

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Avalon il Mar Gen 27 2015, 11:00

Una cosa al volo: secondo me usate gli stessi termini in due ambiti diversi dove hanno significato differente.
Diva usa 'cosciente' per intendere 'consapevole', mentre nell'accezione neuroscientifica hanno significato diverso.

Insomma, trovo diversi fraintendimenti e improprietà nel dialogo ma ammetto di non essere al momento in grado di chiarire e approfondire, se no finisce che ingoio la gomma Embarassed

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Fux il Mar Gen 27 2015, 11:44

@Avalon ha scritto:Una cosa al volo: secondo me usate gli stessi termini in due ambiti diversi dove hanno significato differente.
Diva usa 'cosciente' per intendere 'consapevole', mentre nell'accezione neuroscientifica hanno significato diverso.
Ecco, effettivamente mi rendo conto che a generare confusione in me è proprio il non avere chiaro in mente il significato preciso e tecnico dei termini della questione. sisi

Quando sarai in grado di chiarire e approfondire senza mangiare la gomma per cancellare ti leggerò con interesse. smile mgreen

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Akka il Mar Gen 27 2015, 18:54

ha ha, io naturalemente, come sempre, dissento! risata

circa la coscienza, pare di capire a me, è difficile sia essere cartesiani, sia non esserlo del tutto, e le posizioni di dennett mi convincono davvero poco...

serebbe un tema molto ampio e con una barca di implicazioni interessanti

io condivido la posizione di questo giulio toniolo

Spoiler:
La coscienza si può definire in modo intuitivo come ciò che scompare quando dormiamo un sonno senza sogni, oppure quando siamo sottoposti a un'anestesia generale e, come si è soliti dire, perdiamo coscienza. La coscienza è dunque tutto ciò di cui abbiamo esperienza: immagini, forme, colori, suoni, pensieri, emozioni e desideri. Quando essa scompare, per quanto ci riguarda, scompare l'universo intero. Il medico crotonese Alcmenone riconobbe già nel VI sec. a.C. che la coscienza è prodotta dal cervello, ma come esso generi l'esperienza soggettiva del mondo e di noi stessi è un interrogativo che lascia ancora perplessi gli scienziati del XXI secolo.
Negli ultimi anni, le neuroscienze hanno fatto notevoli progressi nel localizzare i cosiddetti 'correlati neurali della coscienza': per studiare quelli collegati all'esperienza del colore blu, per esempio, occorre identificare, nel mare di cellule nervose nel nostro cervello, quei particolari neuroni la cui attività segue queste esperienze; essi devono attivarsi ogniqualvolta percepiamo il blu (sia da svegli sia in sogno, e persino se lo immaginiamo), e rimanere silenti se non lo percepiamo. Va poi dimostrato che la stimolazione (elettrica o magnetica) di questi stessi neuroni può produrre un'esperienza di blu, ed è necessario che la lesione o inattivazione di queste cellule elimini la possibilità di percepire tale colore. Soddisfare tutti e tre i criteri non è facile, ma non è neppure impossibile, e per alcuni aspetti della percezione visiva cominciamo ad avere un'idea piuttosto precisa delle aree cerebrali e dei gruppi neuronali implicati.
Eppure, sono in molti a ritenere che il problema coscienza sia e rimarrà comunque al di fuori della portata della scienza. La ragione è che, se anche riuscissimo a localizzare con precisione i correlati neurali di questa o di quella percezione, non saremmo in alcun modo più vicini a una vera spiegazione scientifica di come il cervello possa generare l'esperienza soggettiva. Per quel che ne sappiamo infatti, il cervello non è altro che una macchina biologica molto sofisticata, costituita da un gran numero di circuiti, i cui componenti sono i neuroni e le sinapsi tra i neuroni, e non si comprende come questi, anche se organizzati in circuiti complessi, possano far scaturire l'esperienza soggettiva. Per fare un esempio, abbiamo un'idea abbastanza chiara di come circuiti nervosi appropriatamente organizzati siano in grado ‒ partendo dai coni retinici e raggiungendo aree specializzate della corteccia visiva ‒ di discriminare efficacemente superfici che riflettono la luce in maniera dissimile (diversa riflettanza). Infatti, non è troppo difficile far replicare questa capacità discriminativa a una macchina artificiale fatta di circuiti integrati. Ciò che sembra difficile è spiegare come e perché tale discriminazione sia accompagnata dall'esperienza soggettiva del colore. Quale ingrediente misterioso fa sì che, quando certi circuiti nervosi effettuano la discriminazione tra riflettanze diverse, vi sia contemporaneamente un soggetto cosciente il quale 'vede', in modo vivido e immediato, due colori brillanti, per esempio il rosso e il blu? Sembra davvero che gli strumenti a disposizione della neurofisiologia siano irrimediabilmente inadeguati per affrontare questo genere di domande.
La ragione di tale inadeguatezza è che una spiegazione scientifica della coscienza implica la soluzione teorica di due problemi. Il primo richiede di identificare le condizioni che determinano il verificarsi o meno dell'esperienza cosciente. Per esempio, perché la coscienza è abolita da lesioni del cervello ma non del cervelletto, essendo quest'ultimo una struttura nervosa altrettanto ricca di neuroni e altrettanto complessa? E perché siamo coscienti quando siamo svegli e quando sogniamo, e lo siamo invece molto meno durante le fasi profonde del sonno a onde lente, se le cellule nervose sono in ogni caso attive? Il secondo problema concerne le condizioni che determinano il tipo di esperienza che si verifica. Che cosa determina le qualità specifiche e fondamentali delle diverse modalità (per es., vista e udito), sottomodalità (per es., colore e movimento) e dimensioni (per es., blu o rosso) che caratterizzano la nostra esperienza cosciente? Perché i colori ci appaiono in un dato modo, diverso da quello in cui percepiamo una melodia oppure uno stimolo doloroso? Risolvere il primo problema significa determinare il livello (o quantità) di coscienza che un sistema fisico può generare; risolvere il secondo vuol dire determinare il tipo (o qualità) di questa coscienza.

sommario
1. La teoria dell'integrazione dell'informazione. 2. Coscienza, integrazione dell'informazione e cervello. 3. Qualità della coscienza. □ Bibliografia.

1. La teoria dell'integrazione dell'informazione

Partendo dall'osservazione delle proprietà fondamentali dell'esperienza cosciente, la teoria che viene detta 'dell'informazione integrata' cerca di fornire una visione sistematica del rapporto tra coscienza e cervello, e di proporre, almeno in linea di principio, una soluzione ai due problemi della coscienza. Essa sostiene, in breve, che un sistema fisico è cosciente nella misura in cui è in grado di integrare informazione. Questa definizione, apparentemente astratta, prende origine proprio dalla fenomenologia della coscienza, ovvero dall'osservazione delle due caratteristiche fondamentali dell'esperienza soggettiva: (a) l'esperienza cosciente è straordinariamente informativa, nel senso che il repertorio potenziale di stati di coscienza diversi è estremamente grande; (b) l'esperienza cosciente è integrata, ovvero ogni stato di coscienza è esperito come una singola entità. Ricchezza di informazione e integrazione sono due caratteristiche talmente necessarie e connaturate al fluire della nostra esperienza quotidiana che fatichiamo a riconoscerle: per comprenderne l'importanza è utile ricorrere a due esperimenti immaginari.

Informazione
Immaginiamo di trovarci di fronte a uno schermo omogeneo che cambia ogni pochi secondi da acceso a spento, e di doverne comunicare lo stato dicendo 'chiaro' o 'scuro'. Di fronte allo schermo c'è anche un fotodiodo, un semplicissimo congegno elettronico che sa indicare la presenza/assenza di luce. Il primo problema della coscienza si riduce a questo: quando distinguiamo tra acceso e spento, ciascuno di noi vede uno schermo chiaro o scuro, ha un'esperienza soggettiva di chiaro o di scuro. Il fotodiodo sa distinguere altrettanto bene tra chiaro e scuro, ma presumibilmente non ha alcuna esperienza soggettiva. Qual è la differenza fondamentale che rende noi coscienti e il fotodiodo no? Secondo la teoria è la seguente: quando il fotodiodo indica chiaro, distingue solamente tra chiaro e scuro; quando noi diciamo chiaro, distinguiamo in realtà non solo tra chiaro e scuro, ma tra chiaro e miliardi di miliardi di alternative. Per esempio, lo schermo potrebbe inaspettatamente mostrare, anziché una superficie omogenea chiara o scura, un qualunque fotogramma tratto da un qualsiasi film. Ci sono milioni di film e milioni di fotogrammi, eppure, senza alcuno sforzo e nel giro di una frazione di secondo, ciascuno di essi indurrebbe in noi un'esperienza cosciente diversa. Il fotodiodo, invece, non potrebbe far altro che continuare a indicare chiaro o scuro. Questo esperimento immaginario suggerisce che la differenza fondamentale tra noi e il fotodiodo sia nella quantità di informazione a disposizione. L'informazione, classicamente, è una misura di quanto sia grande il repertorio di alternative: maggiore è il numero di alternative, maggiore è il numero di bit di informazione. Per noi, la visione di uno schermo chiaro esclude un numero straordinariamente grande di alternative, ed è pertanto oltremodo informativa (anche se, tipicamente, non ci facciamo caso). Per il fotodiodo, invece, uno schermo chiaro esclude soltanto uno schermo scuro, e l'informazione è pari a un solo bit. L'informatività, sostiene la teoria, è una proprietà fondamentale dell'esperienza cosciente ‒ lo è tanto che la diamo per scontata.

Integrazione
L'informatività, tuttavia, non basta a spiegare la coscienza se non va di pari passo con l'integrazione. Consideriamo, infatti, un'ipotetica macchina fotografica digitale che possieda un sensore costituito da un milione di fotodiodi. Sembrerebbe che, con un gran numero di fotodiodi, sia possibile distinguere tra un enorme numero di alternative: basta puntare l'obiettivo in direzioni diverse e il sensore è in grado di rispondere in modo differente a miliardi di scene diverse. L'informazione a disposizione del milione di fotodiodi è enormemente maggiore di quella a disposizione di un singolo fotodiodo, eppure nessuno penserebbe che la macchina fotografica veda coscientemente. Qual è, allora, la differenza fondamentale tra lei e noi? La risposta è che il sensore della macchina non è che una collezione di un milione di fotodiodi indipendenti, ciascuno in grado di distinguere tra chiaro e scuro, e non un sistema integrato capace di discriminare tra miliardi di immagini. Questo perché tra i fotodiodi non è possibile alcuna interazione causale, ovvero alcuno scambio di informazione. Infatti, se il sensore venisse tagliato longitudinalmente in due parti (o in un milione di parti), il funzionamento della macchina fotografica non cambierebbe. Non è così nel nostro caso: se le cellule del cervello fossero mantenute in grado di funzionare ma venissero disconnesse le une dalle altre, non c'è dubbio che la coscienza scomparirebbe.
Basta pensare a ciò che accade quando si divide il cervello in due parti tagliando il corpo calloso, ovvero il cospicuo tratto di fibre nervose (più di 200 milioni) che congiunge i due emisferi cerebrali. Ciò che accade è, né più né meno, che si divide in due anche la coscienza, col risultato che due coscienze indipendenti finiscono per condividere lo stesso cranio. Per esempio, come si può facilmente dimostrare in laboratorio, un emisfero è cosciente di ciò che avviene nella parte destra dello schermo ma non ha la minima idea di ciò che accade a sinistra, mentre per l'altro emisfero è vero l'opposto: un emisfero (e una coscienza) vede, supponiamo, la scritta 'so', mentre l'altro emisfero (e rispettiva coscienza) vede la scritta 'no', ciascuno all'insaputa dell'altro. Un cervello intatto, e una coscienza integrata, vedono invece la parola 'sono'; anzi, proprio perché l'esperienza cosciente è integrata, un cervello intatto non riuscirà mai, per quanto si sforzi, a vedere la parte destra e quella sinistra del campo visivo indipendentemente. In breve, secondo la teoria, la coscienza presuppone un sistema che abbia a disposizione un enorme repertorio di stati diversi, ma che sia nel contempo integrato. Se il repertorio di stati è minimo (come nel caso del singolo fotodiodo), o se il sistema non è integrato (come il sensore della macchina fotografica), non vi è coscienza degna di questo nome.
Riconoscere che la capacità di integrare informazione è alla base della coscienza è essenziale ma non sufficiente. Per arrivare a una teoria scientifica della coscienza occorre definire precisamente che cosa si intende per informazione, che cosa si intende per integrazione, in quali casi l'informazione può essere definita integrata, e come la si può misurare. La teoria dell'integrazione dell'informazione è stata sviluppata proprio con questo obiettivo. Essa introduce una misura dell'informazione integrata, chiamata φ (la barra verticale della lettera greca sta per informazione, il cerchio per integrazione), che si basa sul concetto di informazione effettiva (ovvero sulle cosiddette 'differenze cha fanno una differenza' in un sistema di elementi). Insiemi di elementi (per es., cellule nervose) capaci di integrare informazione sono chiamati 'complessi', e ciascuno di essi ha un certo ammontare di φ. La teoria offre un metodo preciso per identificare i complessi e per misurarne la capacità di integrare informazione: in sostanza, esso consiste nello stimolare in molti modi diversi vari sottoinsiemi di un sistema di elementi e nell'osservare quanto è grande il repertorio di risposte indotte nel resto del sistema. Complessi di elementi in cui, indipendentemente da come li si suddivide, stimoli diversi producono un gran numero di risposte differenti, hanno una capacità elevata di integrare informazione. Sistemi che si possono scomporre in molti sottosistemi indipendenti o quasi, o sistemi integrati che però presentano un repertorio di risposte scarso, integrano poca informazione.

2. Coscienza, integrazione dell'informazione e cervello

Disponendo di una definizione precisa di integrazione dell'informazione, e di un modo per misurarla, diventa possibile mettere la teoria alla prova dei fatti, soprattutto di quei fatti fondamentali ma paradossali che hanno sinora eluso qualunque spiegazione scientifica. Perché, per esempio, la coscienza scompare se si asporta la corteccia cerebrale ma non se si asporta il cervelletto, che possiede un numero di neuroni persino maggiore? E perché siamo coscienti durante la veglia ma lo siamo molto meno durante il sonno senza sogni, visto che il nostro cervello è più o meno altrettanto attivo? Armati della teoria, e aiutati da simulazioni al calcolatore di circuiti nervosi semplificati, ciò che sembrava difficile da comprendere diviene invece chiaro e semplice non appena lo si affronta in termini di capacità di integrare informazione.

Sistema talamocorticale e coscienza
Un gran numero di dati clinici e sperimentali indica, senza ombra di dubbio, che la coscienza dipende strettamente dal funzionamento del sistema talamocorticale. Lesioni acute che coinvolgono, direttamente o indirettamente, ampi settori della sua sostanza grigia (cellule nervose, sinapsi e fibre nervose locali) o bianca (fibre nervose interregionali) esitano invariabilmente nel coma. Il paziente giace a occhi chiusi, in uno stato di immobilità che appare simile al sonno profondo, non risponde agli stimoli e non può essere risvegliato. Il coma può essere secondario a particolari condizioni metaboliche, oppure ad avvelenamenti da farmaci o tossine che causano un malfunzionamento diffuso del sistema talamocorticale; più spesso la causa va ricercata in un trauma cranico, in un'emorragia o in un'ipossia di origine cardiovascolare, che danneggiano in modo esteso il funzionamento dello stesso sistema. Se il coma perdura, la respirazione autonoma e le altre funzioni neurovegetative in genere si ristabiliscono, e riemerge il ritmo sonno-veglia: durante il giorno il paziente apre gli occhi e appare sveglio, ma continua a non rispondere agli stimoli. Si parla allora di stato vegetativo. Questi pazienti possono mostrare frammenti di atti motori stereotipati e anche emettere vocalizzazioni, ma non producono alcun comportamento finalizzato. Il fenomeno sembra suggerire la persistenza di isole di tessuto cerebrale funzionante nel contesto di un sistema talamocorticale silente.
L'anatomia patologica rivela che, nello stato vegetativo, la perdita duratura di coscienza è associata a lesioni diffuse della sostanza grigia della corteccia e del talamo, a lesioni diffuse della sostanza bianca cerebrale, o a lesioni talamiche bilaterali, specialmente dei nuclei vicini alla linea mediana che rappresentano un importante crocevia delle connessioni tra le aree corticali associative. In tutti e tre i casi, l'effetto finale della lesione che sottende lo stato vegetativo è una netta riduzione della capacità interattiva di molteplici aree corticali. Viceversa, lesioni limitate a una parte della corteccia cerebrale non determinano uno stato di incoscienza globale, bensì deficit focali, come per esempio la perdita della percezione del colore o del movimento: nessuna area in particolare sembra possedere la chiave della coscienza in quanto tale. Analogamente, studi di elettrofisiologia e imaging cerebrale mostrano come l'attività nervosa che correla con l'esperienza cosciente non sia localizzata, bensì diffusa a una rete di circuiti che tocca numerose regioni del sistema talamocorticale. In particolare, registrazioni elettroencefalografiche e magnetoencefalografiche hanno messo in evidenza alcuni fenomeni elettrici che correlano significativamente con la presenza di percezione cosciente. Il più riproducibile è l'aumento transitorio della sincronizzazione tra le oscillazioni registrate da sensori posti su aree corticali anche molto distanti tra loro: esso coinvolge soprattutto i ritmi elettroencefalografici veloci (da 30 a 80 Hz) e si instaura circa 100-200 msec dopo la presentazione dello stimolo. Questo fenomeno indica che, con tutta probabilità, quando percepiamo coscientemente uno stimolo, moltissimi gruppi neuronali del sistema talamocorticale stanno interagendo efficacemente tra loro, sia a breve sia a lunga distanza.
Nel complesso, i dati indicano chiaramente che il substrato della coscienza è costituito da una rete talamocorticale di elementi e circuiti fittamente interconnessi. Che cosa rende speciale il sistema talamocorticale? Se ne prendiamo in considerazione la neuroanatomia funzionale, diviene ovvio che l'architettura delle sue connessioni è in effetti straordinariamente adatta a integrare informazione. Sul versante dell'informazione, il sistema talamocorticale è composto da un gran numero di elementi altamente differenziati, ossia specializzati funzionalmente: i diversi sistemi (visivo, somatosensoriale, ecc.) si suddividono in aree specializzate (forma, colore, ecc.) che, a loro volta, contengono gruppi di neuroni specializzati (direzione, movimento, ecc.). Sul versante dell'integrazione, gli elementi specializzati del sistema talamocorticale sono inseriti in una rete di connessioni, sia a breve sia a lungo raggio, che permette un'interazione rapida ed efficace tra le diverse aree corticali. Un'organizzazione di questo genere, caratterizzata dalla coesistenza di specializzazione e integrazione funzionale, come confermato da simulazioni al calcolatore, risponde esattamente ai requisiti necessari perché un sistema fisico sia in grado di integrare una notevole quantità di informazione.

Cervelletto: una macchina neuronale complicata ma ben poco cosciente
Il cervelletto possiede più neuroni del resto del cervello (50 miliardi, contro i 30 miliardi della corteccia cerebrale), altrettanti connessioni sinaptiche e neurotrasmettitori, e tuttavia non ha nulla o quasi a che fare con la coscienza. I pazienti ai quali è stato completamente asportato sono poco coordinati, possono anche presentare qualche sottile deficit cognitivo, ma sono sicuramente coscienti. Perché l'asportazione del cervelletto nulla toglie alla coscienza, mentre una lesione diffusa del sistema talamocorticale precipita lo stato vegetativo? Secondo la teoria dell'integrazione dell'informazione, la ragione va ricercata ancora una volta nell'architettura delle connessioni. La corteccia cerebellare sembra essere costituita da tanti circuiti in parallelo: i moduli stereotipati che la costituiscono comunicano scarsamente l'uno con l'altro e sono progettati per lavorare indipendentemente e velocemente su piccoli blocchi di segnali nervosi. Ciò rende il cervelletto una macchina efficiente e veloce dal punto di vista computazionale, a discapito tuttavia della capacità di integrare informazione. L'architettura della corteccia cerebellare, priva di connessioni laterali a breve e lunga distanza, fatta di molti piccoli complessi isolati ciascuno dei quali integra poca informazione, si avvicina a quella del sensore della macchina fotografica.

Attività nervosa corticale e sottocorticale e processi cognitivi inconsci
In ogni istante della nostra vita cosciente vediamo oggetti appropriatamente collocati nello spazio e li riconosciamo, udiamo parole ben distinte l'una dall'altra e ne cogliamo il significato, e facciamo tutto questo in modo apparentemente semplice e immediato, senza che ci sia richiesto alcuno sforzo. Eppure gli studi neurofisiologici dimostrano chiaramente che ciò che vediamo e udiamo è il risultato di una sofisticata eleborazione di segnali nervosi riguardanti la percezione della prospettiva, il riconoscimento degli oggetti e l'analisi del linguaggio. Molti di questi processi hanno luogo nel sistema talamocorticale e in vari circuiti sottocorticali a esso connessi. Analogamente, registrazioni magnetoencefalografiche dimostrano che anche uno stimolo che rimane inconscio può evocare risposte in molte aree del cervello, inclusa la corteccia frontale. Come mai non siamo minimamente consapevoli di tutto questo incessante lavorio?
La stessa domanda si pone a proposito del versante esecutivo della coscienza. Quando pianifichiamo o diciamo qualcosa, infatti, siamo soltanto vagamente coscienti di ciò che vogliamo fare. Le nostre vaghe intezioni vengono però tradotte quasi miracolosamente nelle parole appropriate, ordinate nella giusta sequenza, a formare una frase sintatticamente corretta che esprime esattamente ciò che volevamo dire. Anche in questo caso, non siamo affatto coscienti delle complicatissime computazioni che i neuroni corticali eseguono per realizzare le nostre intenzioni. Qual è la spiegazione di questo fenomeno? La più plausibile è che questi processi cognitivi siano svolti da circuiti nervosi che, per quanto sofisticati, e per quanto collegati in ingresso e in uscita a circuiti talamocorticali responsabili della generazione della coscienza, rimangono essenzialmente isolati dal punto di vista informazionale. Per esempio, molti circuiti sottocorticali ‒ in particolar modo quelli che coinvolgono i cosiddetti gangli della base ‒ sono organizzati in parallelo, con scarse possibilità di interazione reciproca. Ciascuno di essi rappresenta una sorta di 'linea privata' di elaborazione dei dati a disposizione di singoli elementi talamocorticali, che invece comunicano liberamente tra loro. I circuiti dei gangli della base potrebbero pertanto rappresentare il substrato neuronale per molti di quei processi che, per quanto inconsci, influenzano la coscienza e ne sono a loro volta influenzati.
È probabile che alcuni di questi circuiti, isolati dal punto di vista dell'informazione, si vengano a formare progressivamente nel corso dell'apprendimento di nuove sequenze motorie o cognitive. Per esempio, è esperienza comune che quando ci cimentiamo in un nuovo esercizio siamo consapevoli di ogni dettaglio, commettiamo errori, siamo lenti nell'esecuzione e ci è richiesto un certo sforzo. Una volta che abbiamo imparato a eseguirlo, invece, sappiamo farlo con precisione, velocità, scioltezza e, soprattutto, ne siamo sempre meno consapevoli. Gli studi di neurofisiologia funzionale indicano che quando eseguiamo un esercizio per la prima volta si attiva un gran numero di aree corticali, e che man mano che impariamo l'attivazione si riduce o si sposta, coinvolgendo circuiti differenti, perlopiù sottocorticali. Dunque, se all'inizio lo svolgimento del compito sembra coinvolgere numerose regioni di un vasto complesso talamocorticale, in seguito, con l'apprendimento, alcuni aspetti vengono a quanto pare delegati a circuiti nervosi sottocorticali che, essendo isolati dal punto di vista dell'informazione, non contribuiscono direttamente alla coscienza. È probabile che le cose non stiano diversamente per numerosi circuiti nervosi, contenuti all'interno della corteccia cerebrale, che si occupano di computazioni locali.

Sonno senza sogni
Se l'organizzazione anatomica sembra essere cruciale per l'integrazione dell'informazione e dunque per la coscienza, alcuni parametri neurofisiologici non sono da meno. Un esempio tipico è fornito dal sonno, la più familiare tra le alterazioni della coscienza e allo stesso tempo una delle più radicali. Quando ci risvegliamo da un sonno senza sogni, abbiamo la particolarissima sensazione di non essere esistiti, almeno per un certo tempo: né noi, né il mondo che ci circonda. Quest'esperienza, peraltro quotidiana, ci suggerisce in maniera assai vivida che la coscienza può fluttuare, espandersi e collassare. Tanto è vero che, senza le periodiche interruzioni del sonno senza sogni, ci risulterebbe difficile immaginare che la condizione cosciente non è perenne e inevitabile ma dipende invece, e in modo assai delicato, dal funzionamento del cervello. La perdita di coscienza che si verifica tra l'addormentamento e il risveglio è peraltro più relativa che assoluta: come si può facilmente dimostrare risvegliando un soggetto in corrispondenza di diversi stadi del sonno, un certo livello di coscienza viene mantenuto durante buona parte della notte. Molti risvegli, specialmente quelli che avvengono durante la fase REM (Rapid eye movements), sono seguiti dal racconto di un sogno, che talvolta è persino più vivido e coinvolgente della veglia. Stati di coscienza simili al sogno compaiono anche in alcune fasi del sonno a onde lente, specialmente durante l'addormentamento e nell'ultima parte della notte. Sono tuttavia numerosi i risvegli in occasione dei quali il soggetto non sembra avere alcunché da riferire, e ciò suggerisce una netta riduzione nel livello di coscienza. Questi risvegli 'vuoti' avvengono tipicamente in corrispondenza degli stadi di sonno più profondo (stadi 3 e 4), specialmente durante la prima metà della notte.
Quali parametri neurofisiologici sono responsabili dei notevoli cambiamenti della quantità e della qualità della coscienza durante il sonno? Sappiamo per certo che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il cervello non si spegne affatto quando dormiamo. Per esempio, durante il sonno REM la frequenza di scarica dei neuroni è simile a quella registrata durante la veglia, se non più alta, e l'elettroencefalogramma mostra un tracciato ad alta frequenza e a bassa ampiezza. Questo tipo di tracciato, comune alla veglia e al sonno REM, è definito 'attivato', perché i neuroni corticali, depolarizzati e vicini alla soglia di scarica, sono pronti a rispondere agli stimoli. Considerata la somiglianza tra l'elettrofisiologia della veglia e quella del sonno REM, non è del tutto sorprendente che la coscienza sia presente in entrambe le condizioni. Ciò tuttavia non esclude che nei due casi la qualità della coscienza sia diversa, in relazione all'attivazione differenziale di aree cerebrali specifiche.
Anche durante il sonno a onde lente la scarica media dei neuroni corticali non è dissimile da quella che si può registrare durante la veglia quieta. Tuttavia, a causa della variazione nel livello di alcuni neuromodulatori, quasi tutti i neuroni del mantello corticale sono coinvolti in un'oscillazione lenta, con un periodo attorno al secondo, che si riflette nelle tipiche onde registrate dall'elettroencefalogramma. L'oscillazione lenta è costituita dall'alternanza di due fasi: una fase di depolarizzazione, durante la quale il potenziale di membrana dei neuroni corticali è vicino alla soglia e la frequenza di scarica è simile a quella della veglia, e una fase di iperpolarizzazione, durante la quale il potenziale di membrana è fortemente negativo e i neuroni sono silenti. È probabile che, durante la seconda fase, i neuroni corticali siano assai meno pronti a rispondere, qualunque stimolo ricevano. Ciò provocherebbe una caduta, per quanto intermittente, della capacità di integrare informazione, e pertanto del livello di coscienza. Sarebbe un po' come se ci trovassimo a guardare un film spezzettato in frammenti brevissimi, inframezzati da intervalli vuoti durante i quali non possiamo vedere, pensare o ricordare nulla: non stupirebbe affatto se, in queste condizioni, vi fosse ben poco di cui riferire. Uno stato simile, anch'esso caratterizzato da una risposta ridotta dei neuroni corticali e da un ridotto livello di coscienza, è costituito dall'anestesia profonda.

Tempi della coscienza
Oltre che richiedere una speciale architettura anatomica, nonché parametri neurofisiologici adeguati, è evidente che l'esperienza cosciente si svolge con tempi caratteristici. Come dimostrato da studi di psicofisiologia, ci vogliono almeno 100-200 msec per arrivare a una percezione sensoriale compiuta. L'affiorare di una percezione visiva è simile, in un certo qual modo, al processo di sviluppo di una pellicola fotografica: prima vi è soltanto la sensazione che qualcosa sia cambiato, che sia comparso un che di visivo piuttosto che, per esempio, uditivo; poi è la volta di alcune caratteristiche elementari, come il movimento, la collocazione nello spazio e le dimensioni approssimative; quindi emergono la forma e i colori, seguiti infine dalla formazione e dal riconoscimento dell'intero oggetto. Si noti che questa sequenza corrisponde alla progressione da una percezione indifferenziata e aspecifica a una differenziata e specifica. Parallelamente, registrazioni dell'attività della corteccia visiva primaria della scimmia suggeriscono che la scarica dei neuroni correla con la presenza o meno della percezione cosciente di uno stimolo soltanto dopo 80-100 msec. Perché ci vuole tanto per generare un'esperienza cosciente? Perché l'attività di un neurone sembra contribuire alla coscienza soltanto in determinati intervalli temporali? In termini di integrazione dell'informazione, non è difficile comprendere che i requisiti temporali dell'esperienza cosciente dipendono dal tempo che è necessario per consentire interazioni causali efficaci tra gli elementi del sistema. Considerando i tempi di propagazione dell'impulso lungo le fibre nervose, se dovessimo misurare la risposta generata all'interno del sistema talamocorticale dalla stimolazione di un qualsiasi gruppo neuronale dopo appena un millisecondo, l'effetto sarebbe nullo. Tuttavia, dopo qualche decina di millisecondi gli elementi del sistema cominciano a interagire efficacemente, portando all'emergenza di una risposta specifica. In breve, la scala temporale delle interazioni neurofisiologiche necessarie per integrare informazione tra le aree corticali risulta corrispondere ai tempi della coscienza osservati sperimentalmente.

3. Qualità della coscienza

La corrispondenza tra coscienza e capacità di integrare informazione consente di affrontare in maniera coerente non solo il problema di quanto un sistema fisico sia cosciente, ma anche di quale tipo di coscienza sia dotato (il secondo problema della coscienza). La nostra coscienza, è costituita da diverse modalità (per es., vista e udito), ciascuna suddivisa in sottomodalità (per es., forma e colore), a loro volta suddivise in numerose dimensioni. Che cosa è responsabile del fatto che i colori hanno quella particolare qualità soggettiva, la quale è diversa dal suono di un'orchestra o dal dolore causato da una ferita? E perché non riusciamo nemmeno a immaginare che cosa si proverebbe ad avere un 'sesto senso'? Si pensi a esseri sufficientemente diversi da noi, come i pipistrelli: assumendo che siano coscienti, che esperienze hanno? Quando scandagliano lo spazio con l'eco, il mondo appare loro in maniera similvisiva o similacustica, o in un modo ancora diverso?
Sebbene anche questi interrogativi possano sembrare difficilmente suscettibili di una risposta scientifica, sappiamo che, come la quantità, anche la qualità della coscienza dipende dal funzionamento di certe parti della corteccia cerebrale e del talamo. Per esempio, l'affinamento delle percezioni che avviene quando, nel corso del tempo, si impara ad apprezzare ogni sfumatura di un vino, dipende da modificazioni delle connessioni tra cellule cerebrali. Non solo, ma è ormai chiaro anche che aree diverse della corteccia forniscono qualità diverse alla coscienza. Per esempio, i pazienti con una particolare lesione cerebrale perdono la capacità di discriminare coscientemente i colori, mentre chi ha lesioni in un'altra sede percepisce ogni sfumatura di colore ma non è in grado di percepire il movimento. Evidentemente, un qualche aspetto dell'organizzazione di queste aree corticali è responsabile della diversa qualità delle esperienze coscienti che ne derivano. Ma qual è quest'aspetto cruciale? La teoria dell'integrazione dell'informazione suggerisce al problema della qualità della coscienza una risposta che rappresenta un'estensione naturale di quella relativa al problema della quantità di coscienza. In estrema sintesi, l'idea è che, come la quantità di coscienza è data dalla capacità di un sistema di integrare informazione, così le qualità specifiche dei cosiddetti qualia, del blu e del rosso per esempio, sono dovute al tipo di relazioni informazionali che legano gli elementi di un complesso, mentre il tipo di relazioni informazionali è determinato in larga parte dall'anatomia delle connessioni nervose che si trovano all'interno di ciascuna e tra le diverse aree corticali che costituiscono il complesso in cui l'informazione viene integrata.
Come abbiamo visto, è possibile ‒ almeno in linea di principio ‒ offrire una caratterizzazione teorica delle proprietà fenomenologiche fondamentali dell'esperienza cosciente: essa implica una straordinaria capacità di integrare informazione. È anche possibile sviluppare una vera e propria misura della coscienza (φ), allo stesso modo in cui si è potuto farlo per quantità fisiche fondamentali quali l'entropia o la temperatura (nel senso di energia cinetica media). Soprattutto, alla luce della teoria, è possibile rendere conto in maniera coerente di un gran numero di osservazioni sperimentali e cliniche relative alla neurobiologia della coscienza. Secondo la teoria, infatti, le molteplici manifestazioni della coscienza, e i loro misteriosi legami con l'organizzazione e il funzionamento di certe parti del nostro cervello, sono riconducibili alle modalità di integrazione dell'informazione: laddove cambia la capacità di integrare informazione cambia anche il livello di coscienza, e viceversa; analogamente a come, secondo la meccanica statistica, laddove cambia l'energia cinetica media delle molecole cambia anche la loro temperatura.
Arrivare a una comprensione adeguata della coscienza in tutti i suoi aspetti richiederà ben altri sviluppi, sia teorici sia sperimentali. Per esempio, non abbiamo potuto prendere in considerazione distinzioni importanti come quella tra coscienza primaria e autocoscienza, né i rapporti assai stretti tra coscienza e memoria e tra coscienza e linguaggio. Non abbiamo nemmeno accennato alle grandi difficoltà pratiche che ostacolano la misurazione della capacità di integrare informazione di un cervello vivente. Né è possibile, in questa sede, discutere le numerose implicazioni del postulare l'equivalenza tra coscienza e capacità di integrare informazione. Non è certo difficile, tuttavia, intuirne alcune: da un lato, se la teoria è corretta, qualunque sistema in grado di integrare informazione dev'essere in qualche misura cosciente, non importa se già adulto o ancora no, se umano o animale, se biologico o artificiale; dall'altro, se si considerano i risultati sinora ottenuti misurando l'informazione integrata in sistemi simulati al calcolatore, non sembra affatto facile imbattersi in un'organizzazione che riesca a superare, in quanto a integrazione dell'informazione, il sistema talamocorticale dell'uomo adulto.

bibliografia

Crick, Koch 2003: Crick, Francis - Koch, Christof, A framework for consciousness, "Nature neuroscience", 6, 2003, pp. 119-126.
Koch 2004: Koch, Christof, The quest for consciousness: a neurobiological approach, Englewood (Col.), Roberts, 2004.
Tononi 2003: Tononi, Giulio, Galileo e il fotodiodo, Roma-Bari, Laterza, 2003.
Tononi 2004: Tononi, Giulio, An information integration theory of consciousness, "BMC neuroscience", 5, 2004, p. 42.
Tononi, Edelman 1998: Tononi, Giulio - Edelman, Gerald M., Consciousness and complexity, "Science", 282, 1998, pp. 1846-1851.

http://www.treccani.it/enciclopedia/neuroscienze-coscienza_%28Enciclopedia_della_Scienza_e_della_Tecnica%29/

mi pare metta in luce con chiarezza gli aspetti problematici della questione
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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da delfi68 il Mer Gen 28 2015, 08:45

c'è da dire una cosa, leggendo quello ed altro.

le decisioni, molto spesso sono automatiche è avvengono "dietro le quinte", come dice diva.

è verissimo, ma!

per prendere quelle decisioni automatiche, in autonomia rispetto alla facoltà di veto o assenso o scelta della parte cosciente e ragionante di cui abbiamo la percezione, il cervello "automatico" usa due tipi di informazioni e strade: una è quella dell'emergenza epigenetica: ci piace il dolce perchè proveniamo da una filogenia sapiens a cui piaceva il dolce ed è in qualche modo una scelta di gusto iscritta nel codice genetico, siamo una filogenia con alcune caratteristiche che ci portiamo dietro da centinaia di migliaia di anni attraverso registri di selezione naturale.

a chi piaceva l'acidulo è andata male..meno energia immediata a disposizione per la fuga, e si è estinta una filogenia.

Poi ci sono le scelte automatiche di origine complessa e che discendono dal cumulo delle esperienze e delle informazioni immagazzinate!

perchè se è vero che parte della scelta è epigenetica è provato che gran parte delle decisioni sia afferente al bagaglio "aggiunto" nel corso della vita dell'individuo.

quindi se nutriamo un bambino di dolori e angoscie, è vero che sceglierà molte cose in automatico, ma saranno scelte dolorose e angoscianti! per lui o per altri.
Se noi stessi ci nutriamo di testi logici e matematici o di oroscopi e teologia dei cristalli e dei colori..ovvio che poi prenderemo decisioni automatiche (e in ipervelocità) che rispecchiano il database del nostro cervello.

quindi un piccolo sollievo che ci danno certe letture è che in fin dei conti, anche in un contesto di automatismo, che cosi ci amareggia per quanto scialacqua il libero arbitrio, sono importanti le cose che ci siamo (o ci hanno) ficcato in testa.

La scelta sta alla base quindi, il libero arbitrio che possiamo certamente mettere in atto (limitatatmente ai danni che già abbiamo in noi) è scegliere con cosa nutrire il cervello. E quindi aspettarci reazioni e scelte automatiche che "dopo" non giudicheremo male..o non giudicheremo proprio.

E' un po poco? ..eh, siamo sapiens, animali reattivi e fulminei, non abbiamo mai avuto tempo per pensare, almeno in modo ragionato..abbiamo dovuto sopravvivere per reattività. Poi la meraviglia sapiens sapiens è quella di una potenza ragionativa di.."postproduzione" diciamo. Ovvero la capacità, parallela alla reattività, di poter star li a ragionare sulle cose e creare nuovi sapiens (bambini) con un database più pregno e sano in modo che abbiano a prendere decisioni immediate incoscienti di cui andarne comunque fieri "dopo".

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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da Akka il Mer Gen 28 2015, 15:51

woo quotone al delfi! io non direi che è un po' poco, è tutto ciò che ci importa davvero alla fine, poter essere consapevoli delle cose che decidiamo di ficcare nella nostra testaccia! questo è quello che ci dà la possibilità, entro certi limiti(magari non ampissimi, ma comunque reali eccome), di autodeterminarci, di prendere decisioni che influenzeranno il nostro futuro, persino di agire moralmente..

a chi interessano ste cose, qui è spiegato, in maniera spiccia, il problema della possibilità/impossibilità del riduzionismo circa la coscienza, che rimanda alla questione dell' IA forte vs IA debole, e alla problematica dell' intenzionalità

https://users.dimi.uniud.it/~angelo.montanari/Udine120524.pdf
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Re: Contro Cartesio

Messaggio Da delfi68 il Mer Gen 28 2015, 20:45

ah grazie!!  smile
comunque il doppio taglio della questione è che purtroppo una base importantissima di dati vengono metabolizzati nei primissimi anni di vita..qulcuno dice 5 altri 8..eccetera..ma siamo nella preadolescenza.

da adulto sembra che bisogna attendere un età anziana per tornare a "scegliere" e determinare una quota consistente delle proprie scelte di vita generale in contrasto con le scelte automatiche che sentiamo emergere dalla parte non nota di noi stessi..

una cosa fastidiosa è la vulnerabilità del bambino!

disastri, anche criminali, sono proprio emersi da bambini che hanno subito gravissimi torti o shock. Ho tutta una raccolta bibliografica dei più noti serial killer Usa, Europa e Russia. Un leit motiv è l'abuso, non  necessariamente sessuale, subito in tenerissima età.

non tutti. alcune bibliografie sono incomplete o dubbie, ma comunque è plausibile che siano i danni (o dati) subiti-inseriti in tenera età a modificare in modo ineluttabile le scelte automatiche.

poi sembra che in tarda età, la mole delle informazioni vada in qualche modo a sopperire alle informazioni-dati orribili dell'infanzia e si riesca a  modificare o almeno a prendere coscienza di propri errori logici o comportamentali: la cosidetta esperienza o maturità dell'anziano, con tutti i limiti annessi e connessi.

io in fin dei conti ho compreso e sto trovando conferma di questi diagrammi: epigenetica, prima infanzia e terza età, come momenti in cui si riesce a inferire in modo deterministico sulle proprie scelte e a contrastare i propri "istinti" o "indole".
la fase di maturità feconda, o almeno la prima parte di questa, ci rende troppo reattivi e poco inclini alle scelte ponderate: si agisce rapidamente e d'istinto, un retaggio delle necessità evolutive ancestrali?..potrebbe.

sto leggendo le implicazioni  di queste circostanze nel processo penale.

il limite della punibilità del reo, dell'incapacità di intendere secondo il senso comune.

il senso comune! ..ovvero la media ponderata (con diverse sensibilità interpretative a seconda degli specialisti) per cui vi era o c'è la possibilità di interferire in modo ragionato contro i vincoli sia epigenetici che frutto del bagaglio informativo ed emozionale alla base delle scelte e delle azioni.
Essere dichiarato incapace è molto più difficile di quel che credevo, infatti, per buona soddisfazione per i fan del libero arbitrio, sembra che comunque l'uomo abbia delle buonissime possibilità di controllare e riconoscere le proprie pulsioni pericolose per se se o per altri.

siamo vincolati senza possibilità su scelte di base, come il gusto, l'estetica l'indole caratteriale. Ma se accopi qualcuno non c'è epigenetica o educazione che tenga per discolparti, a meno che sia una gravissima forma di disturbo che i tecnici sembrerebbero in grado di riconoscere..si spera..
Se decidi di fare il medico piuttosto che il veterinario perchè c'è un mercato del lavoro appropriato, mentre ti sarebbe piaciuto fare il pittore, è frutto da un libero arbitrio e solo in minima parte di influenze.

insomma siamo un complesso di elementi, geni, informazioni ed emozioni che tracciano molte strade neurologiche e un certo grado di ragionevolezza a seconda dell'età.

sto citando e rivisitando secondo quello che ho capito delle letture di questo periodo, ma credo di aver abbastanza centrato il senso, daltronde anche solo in rete si può arrivare a desumere queste conclusioni.

c'è da incazzarsi se si leggono gli estremi: macchine biologiche o esseri spirituali superiori..ne l'uno ne l'altro. Una miscellanea di complessità su cui nessuno ha mai ancora saputo tracciare l'esatto confine tra libero arbitrio e imprescindibile predeterminazione.

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