Ateismo e libertà
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CITAZIONI - poesie, aforismi, brani, motti, detti e contraddetti -

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Re: CITAZIONI - poesie, aforismi, brani, motti, detti e contraddetti -

Messaggio Da Fux il Sab Feb 14 2015, 12:13

@JoJo ha scritto:

“Look again at that dot. That's here. That's home. That's us. On it everyone you love, everyone you know, everyone you ever heard of, every human being who ever was, lived out their lives. The aggregate of our joy and suffering, thousands of confident religions, ideologies, and economic doctrines, every hunter and forager, every hero and coward, every creator and destroyer of civilization, every king and peasant, every young couple in love, every mother and father, hopeful child, inventor and explorer, every teacher of morals, every corrupt politician, every "superstar," every "supreme leader," every saint and sinner in the history of our species lived there-on a mote of dust suspended in a sunbeam.
The Earth is a very small stage in a vast cosmic arena. Think of the endless cruelties visited by the inhabitants of one corner of this pixel on the scarcely distinguishable inhabitants of some other corner, how frequent their misunderstandings, how eager they are to kill one another, how fervent their hatreds. Think of the rivers of blood spilled by all those generals and emperors so that, in glory and triumph, they could become the momentary masters of a fraction of a dot.
Our posturings, our imagined self-importance, the delusion that we have some privileged position in the Universe, are challenged by this point of pale light. Our planet is a lonely speck in the great enveloping cosmic dark. In our obscurity, in all this vastness, there is no hint that help will come from elsewhere to save us from ourselves.
The Earth is the only world known so far to harbor life. There is nowhere else, at least in the near future, to which our species could migrate. Visit, yes. Settle, not yet. Like it or not, for the moment the Earth is where we make our stand.
It has been said that astronomy is a humbling and character-building experience. There is perhaps no better demonstration of the folly of human conceits than this distant image of our tiny world. To me, it underscores our responsibility to deal more kindly with one another, and to preserve and cherish the pale blue dot, the only home we've ever known.”
Volevo postarla io oggi, dato che foto è stata scattata il 14 febbraio del 1990, esattamente 25 anni fa. smile

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Fux


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Re: CITAZIONI - poesie, aforismi, brani, motti, detti e contraddetti -

Messaggio Da JoJo il Ven Feb 27 2015, 11:49

Spoiler:
In quella cena, Gauvain mangiava, Cimourdain beveva. Indizio di calma nell'uno e di febbre nell'altro. C'era in quella cella un non so che terribile serenità. Quei due uomini conversavano. Gauvain diceva:
- Grandi cose si delineano. Quello che fa la rivoluzione in questo momento è misterioso. Dietro l'opera visibile c'è l'opera invisibile. L'una nasconde l'altra. L'opera visibile è selvaggia, l'opera invisibile è sublime. In questo momento distinguo tutto con grande chiarezza. E' strano e bello. Fu giocoforza valersi dei materiali del passato. Da ciò questo straordinario '93. Sotto una impalcatura di barbarie, si va costruendo un tempio di civiltà.
- Sì, - rispose Cimourdain. - Da questo provvisorio scaturirà il definitivo. Il definitivo, che è quanto dire il diritto e il dovere paralleli, l'imposta proporzionale e progressiva, il servizio militare obbligatorio, il livellamento, nessuna deviazione, e, al di sopra di tutti e di tutto, quella linea retta che è la legge. La repubblica dell'assoluto.
- Io preferisco, - disse Gauvain, - la repubblica dell'ideale.
S'interruppe, poi continuò:
- E dove, maestro, collocate, in tutto quello che avete detto or ora, la dedizione, il sacrificio, l'abnegazione, il magnanimo intreccio delle benevolenze, l'amore? Mettere tutto in equilibrio è una gran bella cosa; mettere tutto in armonia è ancora meglio. La cetra sta sopra alla bilancia. La vostra repubblica dosa, misura e regola l'uomo; la mia lo innalza in pieno azzurro. E' la stessa differenza che esiste tra un teorema e un'aquila.
- Ti perdi nelle nuvole, tu.
- E voi nei calcoli. C'è del sogno nell'armonia.
- Ce n'è anche nell'algebra.
- Vorrei l'uomo fatto da Euclide. E io, - disse Gauvain, - lo preferirei fatto da Omero.
Il severo sorriso di Cimourdain si fermò su Gauvain, come per tenere a freno quell'anima.
- Poesia. Diffida dei poeti.
- Sì, lo conosco questo detto. Diffida degli zefiri, diffida dei raggi, diffida dei profumi, diffida dei fiori, diffida delle costellazioni.
- Nulla di tutto questo dà da mangiare.
- Che ne sapete voi? Anche l'idea è un nutrimento. Pensare è mangiare.
- Niente astrazioni. La repubblica è due e due fanno quattro. Dato che io abbia a ciascuno quanto gli spetta...
- Vi rimane da dare a ciascuno ciò che non gli spetta.
- Che intendi con questo?
- Intendo l'immensa concessione reciproca che ciascuno deve a tutti e che tutti debbono a ciascuno, e che è tutta la vita sociale.
- Non c'è nulla, all'infuori dello stretto diritto.
- C'è tutto, invece.
- Io non vedo che la giustizia.
- Guardo più in alto, io.
- E che c'è, dunque, al di sopra della giustizia?
- L'equità.
Tratto tratto, facevano delle pause, come se passassero dei lampi. Cimourdain riprese:
- Ti sfido a precisare.
- Sia. Voi volete il servizio militare obbligatorio. Contro chi? contro altri uomini. Io, invece, di servizio militare non ne voglio. Voglio la pace, io. Voi volete che i poveri siano aiutati, io voglio che sia soppressa la miseria. Voi volete l'imposta proporzionale. Io di imposte non ne voglio affatto. Voglio la spesa comune ridotta alla sua più semplice espressione e pagata dal plus-valore sociale.
- Che intendi con questo?
- Questo. Sopprimete innanzitutto il parassitismo; il parassitismo del prete, il parassitismo del giudice, il parassitismo del soldato. Cavate poi un profitto dalle vostre ricchezze; voi gettate il concime nelle fogne, gettatelo nel solco. I tre quarti del suolo nazionale sono incolti; bonificate la Francia, sopprimete i pascoli inutili; dividete le terre comunali. Che ogni uomo abbia un pezzo di terra, e che ogni pezzo di terra abbia un uomo. Centuplicate la produzione sociale. La Francia, in questo momento, non dà ai suoi contadini che quattro giorni di carne all'anno; coltivata a dovere, nutrirebbe trecento milioni d'uomini, tutta l'Europa. Utilizzate la natura, immensa ausiliaria disprezzata. Fate lavorare per voi ogni soffio di vento, ogni cascata d'acqua, ogni effluvio magnetico. Il globo ha una rete di vene sotterranee, dentro questa rete c'è una circolazione prodigiosa di acqua, di olio, di fuoco; bucate le vene del globo, e fatene zampillare quell'acqua per le vostre fontane, quell'olio per le vostre lampade, quel fuoco per i vostri focolari. Riflettete al movimento delle onde, al flusso e riflusso, all'andirivieni delle maree. Che cos'è l'oceano? una enorme forza perduta. Come è stupida la terra, a non valersi dell'oceano!
- Eccoti in pieno sogno.
- Che è quanto dire in piena realtà.
Gauvain riprese: - E della donna, che cosa ne fate?
Cimourdain rispose:- Quello che è. La serva dell'uomo.
- Sì, a una condizione.
- Quale?
- Che l'uomo sia il servitore della donna.
- Ci credi tu? - esclamò Cimourdain. - L'uomo servitore! Mai. L'uomo è padrone. Non ammetto che una regalità, quella del focolare. L'uomo, in casa sua, è re.
- Sì, a una condizione.
- Quale?
- Che la donna vi sarà regina.
- Sarebbe come dire che tu vuoi per l'uomo e per la donna...
- L'uguaglianza.
- L'uguaglianza! ci pensi? sono due esseri diversi.
- Ho detto l'uguaglianza, non l'identità.
Ci fu un'altra pausa; una specie di tregua tra quei due cervelli che si scambiavano lampi. La ruppe Cimourdain.
- E il figlio, a chi lo dai, tu?
- Dapprima al padre che lo genera, poi alla madre che lo mette al mondo, poi al maestro che lo educa, poi alla città che lo virilizza, poi alla patria, che è la madre suprema, poi all'umanità, che è la grande avola.
- Non parli di Dio, tu.
- Ciascuno di questi gradi, padre, madre, maestro, città, patria, umanità non è che uno scalino della scala che sale a Dio.
Cimourdain se ne stava zitto; Gauvain proseguì: - Giunti che si sia in cima alla scala, si è arrivati a Dio. Dio si spalanca. Non c'è che da entrare.
Cimourdain ebbe il gesto d'un uomo che ne richiama un altro.
- Torna sulla terra, Gauvain. Intendiamo attuare il possibile, noi.
- Cominciate col non renderlo impossibile.
- Il possibile si attua sempre.
- Non sempre. Se si maltratta l'utopia, la si uccide. Non c'è nulla di meno difeso dell'uovo.
- Eppure, l'utopia, è indispensabile acciuffarla, imporle il giogo della realtà, e inquadrarla nel fatto. L'idea astratta si deve trasformare in idea concreta. Ciò che perde in bellezza, lo riguadagna in utilità. E' più piccola, ma migliore. Bisogna che il diritto entri nella legge; e quando il diritto si è fatto legge, è assoluto. Appunto questo io chiamo il possibile.
- Il possibile è più di questo.
- Ah! Rieccoti nel sogno.
- Il possibile è un misterioso uccello sempre alitante al di sopra degli uomini.
- Bisogna afferrarlo.
- Vivo.
Spoiler:
[...]
- Ecco qual è la differenza fra le nostre utopie, maestro. Voi volete la caserma obbligatoria, io voglio la scuola. Voi sognate l'uomo soldato, io sogno l'uomo cittadino. Voi lo volete terribile, io lo voglio pensoso. Voi fondate una repubblica di spade, io fondo...
Si interruppe: - Io fonderei una repubblica di cervelli.
[...]
Cimourdain riprese: - Società più grande della natura. Non è più il possibile, ti ripeto; è il sogno.
- E' la meta. A che pro la società, altrimenti? Rimanete nella natura. Siate selvaggi. Tahiti è un paradiso. Solo, in quel paradiso non si pensa. Sarebbe ancora preferibile un inferno intelligente a un paradiso stupido. Ma no, niente inferno. Siamo la società umana. Più grande della natura. Sì. Se non aggiungete nulla alla natura, perché uscire dalla natura? Accontentatevi del lavoro, allora, come la formica, e del miele, come l'ape. Rimanete la bestia operosa invece d'essere l'intelligenza regina. Se aggiungete qualche cosa alla natura, sarete necessariamente più grande di essa; aggiungere è aumentare; aumentare è ingrandire. La società è la natura sublimata. Voglio tutto quello che manca agli alveari, tutto ciò che manca ai formicai, i monumenti, le arti, la poesia gli eroi, i geni. Non è legge dell'uomo portare eterni fardelli. No, no, no, non più paria, non più schiavi, non più forzati, non più dannati! Voglio che ciascuno degli attributi dell'uomo sia un simbolo di civiltà e un modello di progresso; voglio la libertà per la mente, l'uguaglianza per il cuore, la fraternità per l'anima. No, niente più gioghi! L'uomo è fatto per spalancare ali, non per trascinare catene. Non più uomo rettile. Voglio la trasfigurazione della larva in lepidottero. Voglio che il verme si trasformi in un vivo fiore, e prenda il volo. Voglio...
Si fermò. L'occhio gli sfolgorava. Le labbra gli si agitavano. Smise di parlare.
La porta era rimasta aperta. Qualcosa dei rumori esterni entrava nella cella. Si udivano vaghi accenti di tromba; era la sveglia, molto probabilmente. Poi si udirono calci di fucile battuti a terra: il cambio delle sentinelle. Poi, molto vicino alla torre, da quanto si poteva opinare nell'oscurità, un non so che simile a un rimuovere di assi e di travi, con rumori sordi e intermittenti, che parevano colpi di martello.
Cimourdain, pallido, ascoltava. Gauvain non udiva nulla. La sua fantasticheria si faceva sempre più profonda. Si sarebbe detto che non respirasse più, tanto era attento a ciò che scorgeva sotto la visionaria volta del suo cervello. Dolci sussulti lo scuotevano, di tanto in tanto. Il bagliore d'aurora che aveva nella pupilla ingrandiva. Passò così un certo tempo.
Cimourdain gli domandò: - A che pensi?
- All'avvenire, - disse Gauvain.
E ricadde nella sua meditazione. Cimourdain si alzò dal letto di paglia sul quale erano seduti entrambi. Gauvain non se ne accorse. Cimourdain, covando con gli occhi il giovane meditabondo, indietreggiò pian piano fino alla porta e uscì. La cella si richiuse.

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