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Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

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Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Avalon il Mer Giu 25 2014, 09:33


Il femminicidio raccontato duemila anni fa - In quelle lapidi i delitti nell’antica Roma

Uno studio sulle iscrizioni funerarie ha ricostruito le storie di alcune donne assassinate dai mariti. A conferma di un retaggio culturale che affonda le radici nei secoli davvero difficile da estirpare

di Paolo Fantauzzi, L'Espresso 23 giugno 2014


Quando la scorsa primavera fu uccisa dall’ex fidanzato, che dopo averla accoltellata le diede fuoco mentre era ancora in vita, Fabiana Luzzi non aveva ancora 17 anni. Proprio come Prima Florenzia, gettata nel Tevere da suo marito Orfeo. Un tragico destino che accomuna due adolescenti che si erano appena affacciate alla vita ma separate fra loro da quasi duemila anni.
Di Prima Florenzia, vissuta al tempo della Roma imperiale, non si sa praticamente nulla. Non c’è modo di capire cosa possa aver spinto il consorte a ucciderla e se fu poi condannato per l’orrendo delitto. L’unica cosa rimasta della sua triste sorte sono le poche righe fatte incidere dalla famiglia in una iscrizione funeraria ritrovata nella necropoli di Isola Sacra, a Fiumicino, dove abitava: “Restuto Piscinese e Prima Restuta posero a Prima Florenzia, figlia carissima, che fu gettata nel Tevere dal marito Orfeo. Il cognato Dicembre pose. Ella visse sedici anni e mezzo”.



A riportare alla luce questa storia è uno studio condotto da Anna Pasqualini, docente di Antichità romane per oltre 40 anni tra l’università dell’Aquila e quella di Tor Vergata. Analizzando lo sterminato corpus di epigrafi latine ritrovate nei territori in cui si estendeva l’impero (in tutto circa 180 mila), l’archeologa ha ricostruito una serie di casi di femminicidio dell’antica Roma. Un’indagine che mostra come la nostra società - in tema di violenza sulle donne - non sia poi così cambiata nel corso del tempo. A conferma di un retaggio culturale difficile da sradicare e che nonostante le campagne di sensibilizzazione non pare attenuarsi , visto che con le 177 donne uccise nel 2013 (erano 159 nel 2012) ormai in Italia si conta quasi un assassinio ogni due giorni.

Giulia, Ponzia e le altre
Dall’oblio dei secoli è riemersa anche la vicenda di Giulia Maiana, che viveva nell’odierna Lione. “Donna specchiatissima uccisa dalla mano di un marito crudelissimo”, la definisce l’epitaffio commissionato dal fratello Giulio Maggiore e da suo figlio Ingenuinio Gennaro. Anche di lei si sa poco, se non che fu sposata per 28 anni ed ebbe due figli che, quando fu ammazzata, avevano 18 e 19 anni. Una lunga casistica che contempla anche casi di rapine finite nel sangue, come la piccola e “sfortunatissima Giulia Restuta, uccisa a dieci anni a causa dei gioielli” che indossava.
«Si tratta di tutte donne della classe media, le cui famiglie potevano permettersi almeno una piccola epigrafe» spiega Pasqualini. «Possiamo presumere tuttavia che nelle fasce più povere della società la situazione fosse ancora peggiore, visto che storicamente i comportamenti degli strati superiori si riflettono sempre all’ennesima potenza in quelli inferiori».


Epitaffio di Giulia Maiana: "Agli Dei Mani e alla quiete eterna di Giulia Maiana, donna specchiatissima, uccisa dalla mano di un marito crudelissimo, che morì prima di quanto il fato le avesse accordato. Col marito visse ventotto anni e con lui generò due figli, un maschio di diciannove anni e una femmina di diciotto. O fides o pietas. Giulio Maggiore, fratello della dolcissima sorella, e suo figlio Ingenuinio Gennaro eressero il cippo e lo dedicarono sub ascia”. [M(anibus) et quieti aeternae Iuliae Maianae feminae sanctissimae manu mariti crudelissim(e) interfect(ae), quae ante obi(i)t quam fatum dedit, cum quo vix(it) ann(os) XXVIII ex quo liber(os) procreav(it) duos puerum / ann(orum) XVIIII puellam annor(um) XVIII. O fides o pietas. Iul(ius) Maior frater sorori dulciss(imae) et [Ing]enuinius Ianuarius fil(ius) eius p(onendum) [c(uraverunt) et su]b a(scia) d(edicaverunt)]


Non mancano nemmeno casi di femminicidio che vedono protagonisti personaggi celebri o donne ricche, tanto da essere citati perfino dagli autori classici. E se nelle sue Confessioni Agostino di Ippona riferisce delle numerose donne che addosso “portavano segni di percosse che ne sfiguravano addirittura l’aspetto”, lo storico Tacito racconta negli Annali la storia di Ponzia Postumina, vissuta al tempo di Nerone, indotta “con ricchi doni all’adulterio” dal tribuno della plebe Ottavio Sagitta e poi ammazzata al termine di una notte di passione trascorsa fra “litigi, preghiere, rimproveri, scuse ed effusioni”. Riconosciuto colpevole, Sagitta fu condannato per omicidio all’esilio su un’isola e dopo 13 anni - nel 70 dopo Cristo - poté rientrare a Roma grazie alla revoca del bando emesso nei suoi confronti.
Chi invece scampò del tutto alla condanna - probabilmente grazie agli agganci politici - fu il retore Erode Attico (la vicenda è raccontata da Filostrato nelle Vite dei sofisti), che fece picchiare dal proprio liberto Alcimedonte la moglie Annia Regilla, colpevole ai suoi occhi di chissà quale mancanza. La donna, all’ottavo mese di gravidanza, morì a causa di parto prematuro indotto dalle percosse ma Erode, portato in giudizio dal cognato Bradua, fu assolto per insufficienza di prove.
Una storia che ricorda da vicino quella di Poppea, moglie di Nerone, anche lei morta durante la gravidanza a causa di un calcio in ventre sferratole dall’imperatore, che peraltro aveva già fatto uccidere la madre Agrippina e la prima moglie Ottavia.

Divorzio e stalking al tempo dell'Impero

Su alcuni aspetti, però, la società romana era assai più avanzata della nostra. E se la Repubblica italiana ha dovuto attendere fino al 1970 per vedere l’introduzione del divorzio, nell’antica Roma bastava che uno dei due coniugi dichiarasse conclusa la “affectio maritalis” (la volontà di essere sposati) perché il matrimonio venisse sciolto. Circostanza ricorrente nelle classi agiate, come mostrano i casi di molte donne cantate da poeti - dalla Lesbia di Catullo alla Cinzia di Properzio - che cambiavano marito a ogni piè sospinto ed erano molto libere. Anche sessualmente, come mostra il caso di Eppia, moglie di un senatore dell’età di Nerone che - racconta Giovenale - lasciò la famiglia e fuggì con un gladiatore di cui si era innamorata.
Le donne ricche infatti non avevano peso politico né diritto di voto ma dal punto di vista economico erano abbastanza privilegiate: potevano ricevere eredità proprio come gli uomini e possedere beni in proprio, anche se avevano bisogno di un tutore maschio. Sebbene, con vari escamotage, riuscissero ad avere una quasi completa libertà d’azione. E se in epoca repubblicana l’ideale muliebre prevedeva che la donna si limitasse a badare alla casa, ad allevare i figli e a dedicarsi al lavoro della lana, in età imperiale acquisirono margini di autonomia abbastanza ampi, tanto che durante il principato di Augusto c’erano anche quelle che esercitavano l’attività di avvocato.
Insomma, una società in cui la violenza era incomparabile rispetto ai nostri standard ma anche così evoluta da prevedere - a partire dal II secolo avanti Cristo - una legge per perseguire il corteggiamento troppo insistente: si chiamava edictum de adtemptata pudicitia e a suo modo può essere considerato l’antenato dello stalking. Un reato meno grave, però, se la vittima era una schiava, vestiva come tale o come una prostituta (a prescindere se lo fosse effettivamente).
Segno, osserva Pasqualini, che già in epoca romana la presunta provocazione femminile dovuta all’abbigliamento costituiva per l’uomo quella discolpa che ancora oggi viene invocata ( e a volte riconosciuta ) nei tribunali. D’altronde di che meravigliarsi, se fino al 1981 il codice penale in Italia ancora riconosceva delle attenuanti al delitto d'onore?

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Avalon il Mer Giu 25 2014, 09:41

Il femminicidio, ovvero l'assassinio di un individuo in quanto donna, non è un'invenzione. La convinzione sotterranea e ricorrente che su una donna, propria o meno, l'uomo abbia potere di vita o di morte, non è una fantasia.

In una settimana, quante mogli assassinate dai mariti?
Fare l'amore con la propria moglie e poi massacrarla a coltellate insieme ai figli perché è un'altra che si vuole: mi verrebbe da dire 'il bello della famiglia', se non fosse che di famiglie belle con uomini femministi che amano donne libere ne conosco davvero tante.

Eppure.
Perfino io, all'ultimo appuntamento richiesto dall'ex non sarei andata sola, mesi fa.

Serve, il femminismo, quando perfino una donna forte e libera si rende conto che una ragione di temere esiste ed è ancora radicata nella cultura e nella società.

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Fux il Mer Giu 25 2014, 11:10

Ho trovato questo articolo interessante in proposito: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/28/femminicidio-linsopportabile-retorica-del-lutto-e-dello-shock/608474/

Il problema è una cultura (si fa per dire) che vede la donna come sottomessa all'uomo, per cui se una donna trasgredisce a quello che è "il suo ruolo", in fondo almeno un po' se l'è cercata. Penso sia importante che, ultimamente, sembra si sia riconosciuto il problema del femminicidio, che se ne parli.

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Avalon il Mer Giu 25 2014, 11:17

Ora mi leggo l'articolo.

Anche io credo che un grosso passo avanti sia stato l'identificazione del 'femminicidio' come categoria, la definizione di una specifica casistica ricorrente di omicidio di genere.

Quanto più un problema è definito correttamente e specificamente, tanto meglio lo si può affrontare...

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Avalon il Mer Giu 25 2014, 11:21

Riporto il testo dell'articolo linkato da Fux e che anche io condivido pienamente.




Femminicidio, l’insopportabile retorica del lutto e dello shock
di Fabio Sabatini e Barbara Befani, 28 maggio 2013


È insopportabile la retorica che vuole “sotto shock” il villaggio, stavolta Corigliano Calabro, in cui si è consumato l’ennesimo femminicidio. È insopportabile la retorica che attribuisce un lutto inatteso e imprevedibile a una famiglia ignara e innocente.

È insopportabile perché ad essere responsabile di questo femminicidio, di tutti quelli avvenuti e di quelli che verranno, è la cultura medievale e sessista condivisa e coltivata nella famiglia, nel villaggio e nel resto del paese. È difficile credere che si senta davvero ‘sotto shock’ un paese in cui tutti sapevano che l’assassino era un violento che girava con il coltello in tasca, che già era stato denunciato per aver spaccato il naso alla vittima, prendendola a pugni, per gelosia (denuncia subito ritirata). Una madre che, appena ha visto uscire l’assassino dall’ospedale, gli domanda soltanto, secondo il racconto di Niccolò Zancan su La Stampa: “Dove me l’hai buttata?”. Parole che, di per sé, fanno pensare alla vittima come a un oggetto di cui disfarsi o, nell’ipotesi migliore, a un oggetto da consegnare al primo uomo che se la fosse presa in carico. E un padre che, prima che accada il peggio, si limita ad affermare la sua “mancanza di approvazione” per un uomo che spacca il naso di sua figlia, mostrando apertamente di volerla possedere come un oggetto.

Un villaggio, quello che si presume sotto shock, nel cui bar sport, severo e insindacabile tribunale degli eventi cittadini, circolano commenti dai toni assolutori, che ricordano i problemi che il carnefice, poverino, deve aver avuto per colpa della madre. Insomma la colpa è sempre di un’altra donna.

Chissà quante volte la famiglia, quel paese, quella cultura, devono aver mandato a Fabiana certi messaggi che la spingevano a sopportare la situazione, a mettere il suo benessere e la sua felicità dopo quella dell’uomo. A farle confondere, prima di dire basta, “amore maschile” con “volontà di controllo” e “amore femminile” con “cedimento alla volontà di controllo”.

Messaggi che sono continuati a pervenire subito dopo il femminicidio, con l’Arcivescovo (considerata la massima autorità locale, chiamata a consolare la famiglia della vittima e dare pubblicamente una ragione dell’accaduto al posto di una istituzione dello Stato), che dichiara: “Preghiamo per colui che ha commesso il terribile omicidio, perché prendendo consapevolezza della gravità di quanto ha compiuto non sia sopraffatto da irrimediabili sensi di colpa ma si incontri col Dio della verità e della misericordia, che a tutti offre una strada possibile di giustizia, perdono, conversione, cambiamento di vita”.

Quell’Arcivescovo che si preoccupa solo di lui, il carnefice, affinché sia perdonato e non sia sopraffatto dai sensi di colpa. Direbbe mai un arcivescovo che una donna non deve essere sopraffatta dai sensi di colpa? Quell’Arcivescovo che per rimediare alla vicenda sottolinea il bisogno di “puntare su un umanesimo che vede l’uomo per quello che è, bisogna ripartire dall’uomo e metterlo al centro”. No, caro Arcivescovo, questa vicenda ci insegna che l’uomo è già al centro, semmai è la donna che dovrebbe essere al centro. Ma per l’Arcivescovo, così come per il resto dell’umanità che continua a usare la parola “uomo” per riferirsi alla generica umanità, le donne non sono persone.

Fabiana è stata bruciata viva a 15 anni perché non voleva appartenere a un uomo, a colui che si era messo in testa di esserne il proprietario, con la collaborazione delle famiglie, del paese, della società, del sistema.

Eppure, nelle dichiarazioni del vescovo e nei giornali, nessuna condanna di questo sistema, del clima culturale retrivo e opprimente che costringe la donna a una sottomissione permanente alla famiglia, alle aspettative del collettivo, e infine al maschio, descritto bene da Domenico Naso su ilfattoquotidiano.it. “La trattava come un oggetto”, hanno riferito i compagni di scuola della vittima ai giornalisti. Ma nessuno ha sentito il bisogno di denunciare l’oggettificazione del corpo femminile che perpetua la pretesa, il diritto, da parte del maschio, di trattare la propria compagna come un oggetto.

Ecco, un oggetto. Barbara Befani ha scritto su MicroMega, commentando la proposta di Laura Boldrini di limitare l’uso del corpo femminile nella pubblicità: “Il fatto che il prodotto venga sessualizzato con un corpo significa oggettificare il corpo, non valorizzare le caratteristiche del prodotto… Il femminicidio è innanzitutto un fatto culturale e va attaccato da tante direzioni, compreso quello dell’oggettificazione dei corpi nelle pubblicità: la nostra formazione ci insegna a vedere le donne come oggetti e gli uomini come persone. Storicamente le donne sono state oggetti con precise funzioni nei confronti degli uomini: cura personale, servizi domestici, servizi sessuali, concepimento e crescita dei figli. Il femminicidio, come dice la parola stessa, è innanzitutto un problema di genere. La donna viene ammazzata in quanto donna: perché l’uomo ha delle aspettative precise sul ruolo della donna che la donna disattende. L’uomo si sente autorizzato a perpetrare violenza perché pensa che la donna non stia rispettando una serie di doveri che lui si aspetta da lei.”

E la cultura dominante, almeno nel paese, tale percezione dell’uomo la incoraggia, fino al punto di “perdonare” il femminicidio già pochi istanti dopo che si è compiuto. Quanti assassinii feroci sono stati derubricati alla voce “delitto passionale”, che suggerisce il concorso di colpa della vittima stessa, che promuove la violenza più efferata a sintomo di “passione”, un corollario dell’amore in fondo?

Una cultura locale ben raccontata in una lettera inviata al Corriere della Sera da Francesca Chaouqui, trentenne nata in Calabria a poca distanza dal luogo dell’omicidio: “Dalle nostre parti si fa voto a San Francesco di Paola per avere un maschio … Il rapporto fra uomo e donna in Calabria si forma presto, un binomio di due mondi paralleli che non si trovano mai, molti crescono vedendo padri e nonni dare qualche sganassone alle compagne, vedono loro reagire senza reagire, accettare quei comportamenti come connaturati agli uomini per retaggio culturale e sovrastruttura sociale. Si incassa, si va avanti, ca non è c’ama fa ridi i genti, non dobbiamo far sogghignare la gente, un’espressione tipica per dire che i panni sporchi si lavano in famiglia. I ragazzi guardano, imparano che la violenza è virilità, che fa parte del gioco delle coppie, diventa spesso parte di loro”.

Un problema che – nonostante sia diffuso in Calabria – non riguarda però solo la Calabria, così come la mafia, diffusa in Sicilia, non è un problema solo siciliano. Il maschilismo è una piaga di sistema, multilivello, multidimensionale, viene interiorizzato, trasmesso e perpetrato anche dalle donne stesse e riguarda non solo l’Italia ma tutto il mondo, e ha radici storiche profondissime.

La differenza tra l’Italia e i paesi in cui questo problema è tenuto sotto controllo è che negli altri paesi è riconosciuto, se ne parla, viene chiamato col suo nome, viene denunciato. E le parole non vengono solo pronunciate, vengono anche scritte, e vengono anche scritte su documenti legali. Diventano leggi che diventano anni di prigione per chi si permette di comportarsi in un certo modo. E diventano consapevolezza, deterrenti, sanzioni, attenzione; e da parte delle donne orgoglio ed emancipazione. C’è ancora tanta strada da fare, a Corigliano e nel resto del mondo, e per questo bisogna lottare affinché il sistema si trasformi e faccia sì che di fronte a queste situazioni le donne si sentano presto in pericolo, che scappino finché sono in tempo, e che possano scegliere di rispettare se stesse come persone invece che come mezzi che la persona-uomo usa per potersi sviluppare come persona, comodamente e senza faticare troppo.



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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da SergioAD il Mer Giu 25 2014, 11:34

Sono al secondo messaggio dall'apertura del tema potrei non essere allineato. Quando si parla di femminicidio vengono fuori associazioni mentali come femminismo, femminilità esuberante, omicidi comuni e superficialità.

Ogni tanto con mia moglie ci diciamo che il femminismo degli anni nostri, post sessantotto, è morto tornando ad essere un ideale perdente delle sinistre.

Legato a quanto espresso sopra c'è che la donna ha sostituito l'uomo per imporsi sui più deboli, una specie si maschilismo al femminile senza regole o principi.

Incredibile che molti assimilano il femminicidio agli omicidi comuni per quantità, trascurando i moventi. Questo lo fanno anche persone apparentemente colte.

C'è molta superficialità e secondo me qualcuno dovrebbe raggruppare gli omicidi per movente per recuperare le menti bloccate dai ragionamenti forvianti.

Chissà se i lettori sentono che il femminismo di allora prevedeva dei cambiamenti partendo dai rapporti famigliari, perduti poi con le elezioni degli anni susseguenti.

Comunque dovremo farne a meno, prima o poi ci penserà la società, insieme ad altre conquiste sociali - quando? Io non lo so.

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Avalon il Mer Giu 25 2014, 11:42

Sergio, sei allineatissimo.

Condivido quanto affermi circa il 'vecchio' femminismo che ha subito in qualche modo un'evoluzione che lo ha reso indesiderabile, un concetto che nel senso comune ha preso un significato negativo, di rivalsa sterile, di vendetta sul maschio, di gioco di potere.

Non è questo, in verità, il femminismo. E' la promozione di un'alleanza di genere, di una collaborazione egualitaria nella ricerca di modelli sociali e relazionali che garantiscano libera espressione a entrambi i generi... anche i maschi soggiacciono loro malgrado a forme costrittive, e un diverso e libero modello di genere è una conquista anche per loro.
Né il nuovo femminismo può prescindere da un fondamento etico di inclusività globale, di non discriminazione, di difesa e protezione delle categorie di volta in volta deboli...

I cambiamenti richiesti partono dal piano etico individuale e relazionale, via via sino al piano politico e socioculturale. Ma siamo noi a poterli avviare.

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Hara il Mer Giu 25 2014, 11:55

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da SergioAD il Mer Giu 25 2014, 12:13

Mi viene in mente che cose come le quote rosa, i matrimoni che si concludono in modo sfavorevole agli uomini, la perdita di mascolinità abbiano indebolito l'uomo medio che rimane sempre più bambino - da un po' si nota questo.

Il termine femminismo non aiuta ovvero volendo contenere fondamento etico di non discriminazione delle categorie deboli deve essere usato un termine globale e mettere nella lista di applicazione la donna e relativo femminismo.

Roba di cultura civica e relativo stato sociale. Una volta si faceva nelle ore della religione e nelle comunità religiose, anche questo che i lettori comprendano senso e significato perché "annullare e sostituire" e meglio che "annullare".

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Avalon il Mer Giu 25 2014, 12:39

Antisessismo.
Il termine c'è già  mgreen 

Sergio, pensa però che cose come le quote rosa o la ridotta percentuale di divorzi sfavorevoli agli uomini sono la fisiologica conseguenza di secoli di dissimmetria, di sottomissione femminile, di sfruttamento e supremazia sulla donna come categoria veramente debole e danneggiata.

Ora esiste una minoranza di casi in cui il danno si sposta invece di annullarsi, ma confido che il procedere dell'evoluzione sociale porti all'equità.

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Lyallii il Mer Giu 25 2014, 13:10

Forse dico una cavolata ma vabbè....
La colpa è anche di noi mamme, spesso e volentieri e sopratutto nel passato per quanto riguarda le figlie femmine e ora per quanto riguarda i figli maschi.

Perchè una volta erano proprio le mamme ad educare le figlie a subire in un certo senso : ' la moglie deve compiacere il marito, se è nervoso deve cercare di mordersi la lingua e non rispondere perchè è lui che lavora e porta i soldi a casa ( anche se spesso le donne lavorano e anche piu degli uomini considerando anche i lavori domestici ), la moglie deve capire e chiudere un occhio se il marito la tradisce perchè... Si sa come son fatti gli uomini... '.
Le stesse mamme educavano i maschi in modo altrettanto sbagliato... Non avendo rispetto per la donna, erano loro, per prime a non permettere al figlio maschio di aiutare in casa in quanto ' maschio ' e si sa... Il maschio che prende in mano una scopa... No no...!

Ora ancora peggio da un punto di vista, si crescono dei mammoni che non hanno idea di cosa voglia dire sacrificio e rispetto, abituati a non pensare ed elaborare i problemi ma a eluderli e poi, quando per l ennesima volta si ripresentano, non sapendo come affrontarli, escono fuori di testa.

Perchè i genitori invece di parlare con loro, di leggere a loro, di EDUCARLI li hanno lasciati mille volte davanti la tv, davanti la play, davanti un videogioco e cmq, ovunque non rompessero, con in mano un pacco di patatine o una merendina e intanto il cervello se ne va a farsi fottere!

Perchè pensate che una persona, educata e amata da una famiglia sana ( e per sana non intendo quella del mulino bianco ma un contesto in cui ci son persone - mamma, papà o compagno, compagna, nonno, nonna, zii - che hanno voglia di insegnare a vivere, trasmettere qualcosa di positivo, che son felici se quel piccolo/a cresce bene davvero ) non riesce in qualche modo ad affrontare una situazione di disagio o un problema in modo diverso che uccidendo?

Pensate che se una persona, viene educata al rispetto e all amore, possa uccidere la propria compagna, madre dei suoi figli o un amica?

Pensate che una persona a cui è stato insegnato a pensare a come risolvere in modo costruttivo i problemi pensi che sia una soluzione uccidere?

Beh non so, ho i miei dubbi...

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da Avalon il Mer Giu 25 2014, 13:13

@Lyallii ha scritto:Perchè i genitori invece di parlare con loro, di leggere a loro, di EDUCARLI li hanno lasciati mille volte davanti la tv, davanti la play, davanti un videogioco e cmq, ovunque non rompessero, con in mano un pacco di patatine o una merendina e intanto il cervello se ne va a farsi fottere!

Perchè pensate che una persona, educata e amata da una famiglia sana ( e per sana non intendo quella del mulino bianco ma un contesto in cui ci son persone - mamma, papà o compagno, compagna, nonno, nonna, zii - che hanno voglia di insegnare a vivere, trasmettere qualcosa di positivo, che son felici se quel piccolo/a cresce bene davvero ) non riesce in qualche modo ad affrontare una situazione di disagio o un problema in modo diverso che uccidendo?

Pensate che se una persona, viene educata al rispetto e all amore, possa uccidere la propria compagna, madre dei suoi figli o un amica?

Pensate che una persona a cui è stato insegnato a pensare a come risolvere in modo costruttivo i problemi pensi che sia una soluzione uccidere?

Altro che cavolata...

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da SergioAD il Mer Giu 25 2014, 13:55

Ragionando a freddo, com'è giusto fare, ogni cambiamento si porta dietro i necessari adattamenti, parametri di armonizzazione diciamo (penso al filtro di Kalman  mgreen ), chi non ce la fa non si riproduce e la società si evolve sugli ultimi stereotipi. Ma guarda che deve essere così.

In fondo è accaduto a tutti gli esseri di diventare quasi indistinguibili. Suppongo che passioni, gelosie e scelte dei partner saranno regolati sempre più dai bisogni fisiologici e meno dalle tendenze e mode. Vanno smascherati i conflitti e le controversie in tal senso per regolarsi.

Si è fatto con le etnie, le classi sociali, modelli di vita. Sociologi, psicologi e psichiatri sanno identificare le irrequietudini violente basate sulle insicurezze affettive, io giocando lo faccio anche in questi spazi virtuali. Ecco perché un po' sono contro la privacy, mamma mia!

Mamma mia quest'ultima cosa sopra dategli un peso tipo quando "scegliete" di colpire o reagire a qualche colpo da/a qualche utente che non vi sembra "affine" alle regole d'appartenenza al gruppo per qualche motivo - io penso di aver guardato al fenomeno, circa e poco poco così.

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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

Messaggio Da elima il Dom Gen 11 2015, 16:40

In Nigeria il femminicidio ha acquistato un nuovo significato: 3 ragazze prima e una bambina poi vengono imbottite di esplosivo e poi fatte saltare. Il martirio non è più una libera scelta di maschi che cosí si guadagnano il paradiso delle urí, ma un un'imposizione su ragazzine spendibili: novelle Ifigenia immolate sull'altare di un macabro dio da un padre-orco senza nessuna Clitemnestra che le possa vendicare.

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elima


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Re: Articolo: Il femminicidio raccontato duemila anni fa

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