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Fallacie logiche

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Re: Fallacie logiche

Messaggio Da Fux il Mer Mar 26 2014, 16:47

E anche quella delfica. Datemi un po' di tempo e sposto. sorriso 

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Re: Fallacie logiche

Messaggio Da delfi68 il Mer Mar 26 2014, 16:53

oh..e io che ccentro..mica c'ho titolo per parlare di logica, aspetto ancora la patente da LUD..sono ignorante, come da sentenza 1234 del giudice Lud

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la consapevolezza della normalità della follia è una cosa che mi fa impazzire!

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Re: Fallacie logiche

Messaggio Da Fux il Mer Mar 26 2014, 16:53

Ok, fatto.  sorriso 

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Re: Fallacie logiche

Messaggio Da Niques il Mer Mar 26 2014, 16:54

Domanda: che voi sappiate: c'è un libriccino del tipo "fallacie logiche per gnucchi", scritto in modo semplice?
Lo volevo regalare ad una persona, se esiste.

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Re: Fallacie logiche

Messaggio Da nemo il Mer Mar 26 2014, 16:59

@Niques ha scritto:Domanda: che voi sappiate: c'è un libriccino del tipo "fallacie logiche per gnucchi", scritto in modo semplice?
Lo volevo regalare ad una persona, se esiste.

lo sto leggendo, ma sono talmente imbecille/ignorante che non ci capisco nulla

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Re: Fallacie logiche

Messaggio Da Ludwig von Drake il Mer Mar 26 2014, 19:44

E' un po' lungo, lo scrissi un po' di tempo fa, ma credo possa essere in topic (per chi abbia voglia e pazienza di leggerlo):

La Retorica è corrispondente alla Dialettica; perciocchè l’una e l’altra si travaglia intorno a certe cose, le quali si può veder che sono in un certo modo comuni a tutti, e non ad alcuna determinata scienza sottoposte. Onde che tutti ancora partecipano in un certo modo d’ambidue; perchè non è persona, che fino a un certo che, non si metta dall’un canto a cercar di contraddire alle ragioni altrui, e mantener le sue: e dall’altro ad accusare e difendere.

dalla Retorica di Aristotele


Ahimè, quanto è arduo e faticoso dialogare e discutere correttamente.



Probabilmente, sarà capitato anche a voi diverse volte di avere l’impressione che il vostro interlocutore non si stesse comportando in maniera corretta, che il suo modo di discutere fosse difettoso o, addirittura, disonesto.



Spesso, però, è difficile spiegare esattamente perché si ritiene sbagliato un modo di presentare argomenti; questa difficoltà fa sì che l’errore di cui sopra rimanga nel limbo delle intuizioni non spiegate. Queste intuizioni sono frequentemente qualcosa di quasi “istintivo”, una sorta di “sensazione a pelle”; saremmo, ad esempio, in grado di percepire immediatamente l’erroneità di un ragionamento del genere:

Hitler era vegetariano, il Mahatma Gandhi era vegetariano, Gandhi era come Hitler.

Questa frase, sebbene evidentemente assurda, oltre a identificare due persone sulla base di una singola abitudine similare, contiene una delle fallacie logiche più diffuse, la reductio ad Hitlerum: una falsa locuzione latina che indica il paragonare un interlocutore ad un personaggio comunemente riconosciuto come malvagio, in questo caso proprio Hitler, per screditarlo e, plausibilmente, infamarlo.



Nel caso dell’esempio, il risalto dell’erroneità è probabilmente dato dal personaggio utilizzato, ovvero Gandhi, persona riconosciuta quasi universalmente come buon esempio di umanità, anche se sullo stesso Gandhi, come del resto su ogni singolo essere umano, ci possono essere dubbi o ombre.

Eppure, cosa succede se questo metodo viene utilizzato con un altro tipo di persona? Ecco una dichiarazione fatta da Silvio Berlusconi:

“[...] non sono così cieco da non saper distinguere Stalin da Fassino… Fassino poi è così magro e non ha i baffi”. (da la Repubblica, 3 febbraio 2005)

In questo caso, il paragone è tra Fassino e Stalin e lo scopo è evidentemente attaccare e denigrare il primo. Quantunque la fallacia sia meno apparente, rispetto al caso dell’esempio, il valore dell’affermazione è il medesimo di quello concernente il raffronto Hitler – Gandhi.

Sulla base di studi inerenti la dialettica, che affondano le loro radici nell’antichità, il tutto rientra in un insieme di tattiche ben individuate e denominate argomenti contro l’uomo, che consistono nell’attaccare la persona, anziché concentrarsi sull’argomento che si sta trattando.



L’aver tirato in ballo l’affermazione di un politico non è stata una scelta casuale, poiché questo modo di discutere, nonostante sia scorretto dal punto di vista logico, è molto frequente proprio nelle polemiche politiche e giornalistiche.

Vediamo, qui di seguito, un altro esempio, che, non casualmente, riguarda la stessa classe e persona.

Tra il 2003 e il 2004 il giornale inglese The Economist pubblicò una serie di articoli concernenti l’operato di Silvio Berlusconi. In particolare, tra i tanti articoli, il The Economist pubblicava quanto segue:

Il 18 dicembre 2003 criticava il fatto che, durante la campagna elettorale del 2001, Berlusconi avesse promesso di risolvere il conflitto tra i suoi interessi economici e quelli politici entro 100 giorni dalla sua elezione e dopo circa 2 anni non lo aveva ancora fatto[1];
L’8 luglio discuteva della sua scelta, dopo le dimissioni di Tremonti, di assumere in prima persona, seppur ad interim, l’incarico di Ministro dell’Economia e delle Finanze[2].
La risposta agli articoli pubblicati dal The Economist e, in genere, a quelli presenti sulla stampa internazionale fu la seguente:

“La stampa straniera è normalmente di sinistra e ci presenta in modo diverso dalla realtà”. (collegamento telefonico col convegno Azzurri nel mondo, Lugano, 24 ottobre 2004)

La scorrettezza logica, conoscendo la tecnica, è evidente. In questo caso, il soggetto argomentante, anziché rispondere circa l’oggetto, preferì concentrarsi su coloro i quali lo trattavano[3], per esemplificare il discorso, sarebbe come rispondere “tu sei pazzo” ad una persona che diceva “l’acqua bolle a 100°C”.



E’ sulla scia della frequenza degli errori logici nei discorsi che vorrei indicare alcune semplici ed utili regole. Visti gli esempi di cui sopra, la prima vorrebbe essere questa: in uno scambio dialettico cercate il più possibile di concentrarvi sugli argomenti che si stanno esponendo o approfondendo e non sulle persone che li trattano.



Passando ad un altro esempio peculiare di errore nel dialogo, ipotizziamo che un bambino abbia un amico immaginario e che affermi che questo gli abbia imposto di non studiare. Attribuiremmo mai l’effetto “bambino impreparato” ad un intervento reale e fattivo del suo amico immaginario?

Credo proprio di no, un tale tipo di attribuzione sarebbe un salto logico, non razionalmente consentito, da una premessa a una conclusione, ovvero un non sequitur.

Come per l’esempio di Gandhi, nella realtà non sempre questo tipo di errore è così evidente, infatti, i ragionamenti fondati su false cause sono piuttosto diffusi.

Al riguardo, un classico esempio è quello legato alle preghiere ed alle guarigioni. Prima di proseguire è importante sottolineare che non intendo assolutamente dire qui che l’impatto della preghiera sulla malattia non possa essere positivo. Ciò che mi interessa trattare è il fatto che non è in alcuna maniera dimostrato né dimostrabile che l’impatto positivo sia legato effettivamente all’intervento dell’improbabile divinità pregata.

Venendo ai fatti, quando il dottor Larry Dossey, secondo quanto riportato nel Corriere della Sera on-line del 14 aprile 1997, affermò, basandosi su di uno studio, che “in più della metà degli esami si dimostra che la preghiera ha prodotto cambiamenti significativi nella salute degli esseri viventi”; le cose dette erano, effettivamente, molto interessanti e decisamente da prendere in considerazione negli studi dedicati e non solo.

Nelle parole riportate del dottore non si riscontra la falsa causa. Ciò che, invece, sarebbe risultata una mera falsa causa, almeno in ambito scientifico, sarebbe stata l’attribuzione alla divinità trascendente invocata di un intervento diretto nell’immanente. Questo non sequitur, purtroppo, si è verificato nel leggere un resoconto del “Soul Magazine” datato Settembre – Ottobre 2001, riguardante un episodio differente ma similare per una possibile interpretazione, la Battaglia di Lepanto:

“[...] Sapendo che le forze cristiane erano in svantaggio, il santo pontefice, San Papa Pio V, chiese a tutt’Europa di pregare il Rosario per la vittoria. Oggi noi sappiamo che la vittoria fu decisiva, prevenne l’invasione islamica dell’Europa e testimoniò l’intervento della Mano di Dio che operò tramite la Nostra Signora [...]”.

Ecco, pertanto, la seconda semplice regola: fate sempre attenzione al legame tra i presupposti di un discorso e le conclusioni che se ne traggono. Tenete in considerazione la relazione effettiva tra gli eventi, poiché non necessariamente due fatti consecutivi sono tra loro inestricabilmente correlati.

Saltando ad un altro caso, sfortunatamente, abituale: un caffè è meglio di niente, niente è meglio del sesso, un caffè è meglio del sesso.

E’ lecito considerarlo un simpatico gioco dialettico o una mera baggianata. Non sarebbe lecito, in cambio, considerare l’argomento come valido.

Eppure, un errore, spesso volontario, di questo tipo non è affatto insolito: l’equivocazione è un inganno, una fallacia molto diffusa e consiste, in sintesi, nell’utilizzare un termine con due o più significati sfruttandone o subendone l’ambiguità.

Ecco uno degli esempi riscontrabili nel reale più chiari e diffusi di questo raggiro: “l’evoluzione è solo una teoria”.

E’ bene sottolineare che è corretto affermare che l’evoluzione sia anche una teoria, ma sarebbe meglio chiarire che: è vero che l’evoluzione è una teoria, oltre che un fatto, ma spesso l’uso del termine teoria è ingannevole.

Nel linguaggio comune, difatti, il termine teoria indica un’ipotesi, una supposizione o una congettura non necessariamente fondata; in pratica una sorta di sinonimo del termine opinione.

In ambito scientifico, in cambio, semplificando per quelli come me che non sono degli addetti ai lavori, una teoria è una formulazione stabilita in base all’osservazione e fondata sui fatti.

Pertanto, è vero che vi è una teoria evolutiva, ma è corretto attribuirle il termine teoria solo ed esclusivamente intendendone il suo significato “scientifico”.



Ecco, pertanto, la terza semplice regola: badate al significato dei termini utilizzati; chiarite sempre il più possibile i concetti che sottendono le parole.



Le fallacie, purtroppo, non sono poche. Se qualcuno dicesse “i gay argomentano scorrettamente dal punto di vista logico”, cosa penseremmo? Se io affermassi “nei ragionamenti di Aldo Busi ci sono sempre fallacie logiche” quale sarebbe la reazione?



Credo ci si chiederebbe in base a quali elementi faccio questa affermazione. Se io la facessi partendo da una frase specifica e contestualizzata, sarebbe, evidentemente, scorretto ricavare un giudizio di tale natura.

Starei facendo una generalizzazione indebita, ovvero starei allargando una conclusione cui si è giunti a una considerazione di troppo ampio respiro senza che sia stato indagato un numero sufficiente di elementi.

Un esempio fattivo e lampante è una dichiarazione, proprio di Aldo Busi, sulle gambe di Alba Parietti:

“Arti. Chiamiamole arti: mi pare che riesca a camminarci su… È tutta roba che non parla, che non ha comunicazione. Gli italiani sono così di bocca buona che basta essere popolane per diventare popolari” (dall’intervista di Gualtiero Peirce, Alba gambe d’oro? Busi: Meglio Tina Pica, la Repubblica, 24 giugno 1994, p. 29).

Da questo stralcio dell’intervista, come si vede, non si parla minimamente di un determinato campione di italiani, né si indicano atteggiamenti specifici: si aggettiva tutta la popolazione italiana in maniera indiscriminata e vaga, si attua, così, una generalizzazione indebita.



La questione riguarda le basi della statistica. Quando ci rifacciamo ad un campione, questa sarebbe la quarta regola, dovremmo indicare sempre il quantitativo e le caratteristiche dello stesso, il valore numerico e qualitativo del gruppo cui allarghiamo l’analisi fatta e la fonte da cui attingiamo i nostri dati.

Gli inganni nel ramo dialettico non sono affatto conclusi, ce ne sono una miriade, ma mi piacerebbe terminare questa sezione con lo sparring partner.

Immaginiamo uno scambio esemplificativo del genere:

Tizio: “Lo sviluppo embrionale degli esseri umani avviene all’interno dell’organismo materno”.

Caio: “Non è vero, le femmine degli uccelli depongono le uova”.

Caio, in questo caso, sbaglia perché, in maniera evidentissima, non risponde in tema: sebbene l’argomento della risposta possa apparire similare, il primo sviluppo degli esseri viventi, non è, ovviamente, il medesimo per tutte le razze.

Nella realtà è difficile, anche se non impossibile, che avvenga uno scambio così ridicolo, ma un esempio del medesimo tipo di errore logico si trova nella conversazione che Gianpaolo Barra ha tenuto a Radio Maria il 17 giugno, durante la “Serata Sacerdotale”, condotta da don Tino Rolfi:

“[...] In tutti, nessuno escluso, era disegnata l’immagine di quegli esseri che, secondo la teoria evoluzionista, avrebbero preceduto l’uomo, i nostri progenitori: grandi animali, metà scimmia e metà uomini, in posizione eretta ma talvolta curva, con lungo pelo, braccia penzoloni, muso allungato. Questi esseri – imparano i nostri ignari bambini – pian piano si sono raddrizzati, hanno perso il pelo, accorciato le braccia, fino a diventare simili a noi. Ora, va detto che questa è una colossale menzogna. Non ci sono prove che l’uomo derivi dalla scimmia, dallo scimpanzé, dal gorilla. [...]”

Come si può apprezzare dalla lettura dell’intervento, Barra, cercando di confutare la teoria evolutiva, si concentra su qualcosa che non ha nulla a che fare con la stessa. Difatti, non risulta che ci sia stato un solo biologo, degno della qualifica, che abbia affermato in uno studio pubblicato su di una review “l’uomo deriva dallo scimpanzé o dal gorilla”. Circa il termine scimmia, l’uomo moderno e non un suo antenato da ipotizzare appartiene all’ordine dei primati, di cui fanno parte anche i lemuri.

Di cosa sta discutendo, quindi, Barra? Di una sua ipotesi che solo apparentemente e superficialmente somiglia a quella evolutiva, ma che, in realtà, non ha nulla a che fare con la stessa.

Ecco, quindi, la quinta, ultima e a prima vista banale regola: quando si discute si dovrebbe accertarsi del fatto che gli interlocutori stiano parlando dello stesso argomento.

em.il.

[1] The Economist – Dec 18th 2003 – WHEN Silvio Berlusconi was campaigning in April 2001 to be elected as Italy’s prime minister, he promised to deal with conflicts between his business interests and his political ones within 100 days of entering office. Naturally, he did no such thing (…)

[2] The Economist – Jul 8th 2004 – (…) he took another step towards emulating his hero when he took control of economic policy. The country’s head of government, richest man and owner of its three main commercial TV stations is now, even if only temporarily, finance minister as well. This is not just bizarre, but perilous as well. That was underlined on July 7th when, alarmed by Mr Berlusconi’s self-appointment and his high-risk plans, Standard & Poor’s, a rating agency, cut Italy’s long-term debt rating to AA-. This downgrade, which could sharply raise the cost of servicing Italy’s huge debt, is the first to hit a member of the euro since the single currency’s creation in 1999. (…)

[3] Attenzione, non si esclude qui che Berlusconi, in altri casi, abbia affrontato l’argomento. Si analizza, piuttosto, solo il commento specifico considerandolo come una risposta e sottolineando che, in questo caso, l’intervento potrebbe essere considerato un’argomentazione estranea agli articoli.

http://martinedentree.wordpress.com/2013/04/01/il-ragionare-il-dialogare-e-la-buona-norma/

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