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Associare, non separare

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Associare, non separare

Messaggio Da *Valerio* il Dom Gen 12 2014, 18:59

http://edge.org/news

http://www.sciencepresse.qc.ca/blogue/2013/12/12/troisieme-culture-snow-revisite

Stavo leggendo questo articolo e trovandolo interessante e occasione per uno spunto di discussione, lo posto tradotto (non troppo bene in automatico*) e ne copio una parte.




... Due culture così. Ma "due" è in sé un problema? Non proprio se siete d'accordo con la direzione di Edgar Morin, che vede un nodo gordiano per evitare affettare. Tra soggetto e oggetto, tra natura e cultura, tra scienza e filosofia, dobbiamo distinguere senza separare, ha detto.

Questa tensione vissuta tra la scienza e le discipline umanistiche entra nella cultura e nella cultura "tout court" (come rapito da Lettere e Filosofia) scientifica, la vita parallela si riflette anche nella loro istituzionalizzazione. Una covata è dal "Ministero della Cultura" e l'altro dal "Ministero della Ricerca." Qui, di nuovo, sarebbe possibile distinguere, ma senza separare.

Perché riassociare?

Ma prima di pensare a come, capire perché sarebbe ricombinare queste due culture, uno dei quali si occupa di "come funziona" e l'altro "come viviamo" (che è meno chiaro, anche se Certo, ma questa divisione sembra utile per me ).

In primo luogo, perché questi due approcci  sono necessarie l'una all'altra. La razionalità e la moralità. Cognitivo ed emotivo. Osservazione e azione. Statistiche e decisioni politiche.

Perché la filosofia, la storia, l'etica, la letteratura, ecc. permettono di dare significato ai dati oggettivi e organizzare la condivisione.

Poiché la grande massa di conoscenze accumulate da un approccio scientifico deve uscire dal guardaroba per partecipare alla grande narrazione del mondo, questa storia raccontata ai piccoli che vogliono sapere se sono nati in cavoli. La maggior parte delle persone hanno più familiarità con la storia architettata dalle religioni monoteiste sulla storia del nostro universo, il nostro pianeta e la nostra specie, diciamo che c'è da qualche parte qualcosa di importante che non siamo riusciti a comunicare - probabilmente perché è ancora considerato digressioni.

Poiché la conoscenza oggettiva incanta anche il mondo. "Dal momento in cui cominciamo a guardare le cose, il mondo cambia, il mondo immediatamente diviene poetico se si inizia a prestare attenzione alla tessitura di una giacca, al colore di una tenda, o alla goccia che cade da un rubinetto", spiega Thomas Clerc ha detto da il suo Interni. Da parte mia, mi commuove sapere che c'è un miliardario persone che vivono in simbiosi me, ed i nuclei degli atomi che formano il tappeto di poliestere o che costituiscono Miss Kitty (il mio gatto) dalla stessa stella. Ma la poesia del mondo reale può emergere solo da una cultura riassemblato.

Più in concreto, perché queste due culture devono lavorare insieme per "piccoli" problemi del nostro tempo. Ne usciamo un po' meglio se le nostre scelte individuali e collettive sono stati informate dalla conoscenza e ispirate da una morale e un'etica del bene comune.

Come riassociare?

Una volta distinti i territori devono circolare flussi, individuare ponti.

Ma più che fare collegamenti, non sarebbe più potente cambiamento di paradigma, per disegnare una nuova mappa culturale? Una terza cultura, come sostenuto da un certo John Brockman.

*che se qualcuno dei nostri esperti ne ha voglia potrebbe tradurlo meglio.

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Re: Associare, non separare

Messaggio Da *Valerio* il Dom Gen 12 2014, 20:24

http://www.richarddawkins.net/news_articles/2014/1/6/the-greatest-story-ever-told

The Greatest Story Ever Told
The confrontation between science and formal religion will come to an end when the role played by science in the lives of all people is the same played by religion today.

And just what is that?

At the heart of every scientific inquiry is a deep spiritual quest — to grasp, to know, to feel connected through an understanding of the secrets of the natural world, to have a sense of one's part in the greater whole. It is this inchoate desire for connection to something greater and immortal, the need for elucidation of the meaning of the 'self', that motivates the religious to belief in a higher 'intelligence'. It is the allure of a bigger agency — outside the self but also involving, protecting, and celebrating the purpose of the self — that is the great attractor. Every culture has religion. It undoubtedly satisfies a manifest human need.

But the same spiritual fulfillment and connection can be found in the revelations of science. From energy to matter, from fundamental particles to DNA, from microbes to Homo sapiens, from the singularity of the Big Bang to the immensity of the universe .... ours is the greatest story ever told. We scientists have the drama, the plot, the icons, the spectacles, the 'miracles', the magnificence, and even the special effects. We inspire awe. We evoke wonder.

And we don't have one god, we have many of them. We find gods in the nucleus of every atom, in the structure of space/time, in the counter-intuitive mechanisms of electromagneticsm. What richness! What consummate beauty!

We even exalt the `self'. Our script requires a broadening of the usual definition, but we too offer hope for everlasting existence. The `self' that is the particular, networked set of connections of the matter comprising our mortal bodies will one day die, of course. But the `self' that is the sum of each separate individual condensate in us of energy-turned-matter is already ancient and will live forever. Each fundamental particle may one day return to energy, or from there revert back to matter. But in one form or another, it will not cease. In this sense, we and all around us are eternal, immortal, and profoundly connected. We don't have one soul; we have trillions upon trillions of them.

These are reasons enough for jubilation ... for riotous, unrestrained, exuberant merry-making.

So what are we missing?

Ceremony.

We lack ceremony. We lack ritual. We lack the initiation of baptism, the brotherhood of communal worship.

We have no loving ministers, guiding and teaching the flocks in the ways of the 'gods'. We have no fervent missionaries, no loyal apostles. And we lack the all-inclusive ecumenical embrace, the extended invitation to the unwashed masses. Alienation does not warm the heart; communion does.

But what if? What if we appropriated the craft, the artistry, the methods of formal religion to get the message across? Imagine 'Einstein's Witnesses' going door to door or TV evangelists passionately espousing the beauty of evolution.

Imagine a Church of Latter Day Scientists where believers could gather. Imagine congregations raising their voices in tribute to gravity, the force that binds us all to the Earth, and the Earth to the Sun, and the Sun to the Milky Way. Or others rejoicing in the nuclear force that makes possible the sunlight of our star and the starlight of distant suns. And can't you just hear the hymns sung to the antiquity of the universe, its abiding laws, and the heaven above that 'we' will all one day inhabit, together, commingled, spread out like a nebula against a diamond sky?

One day, the sites we hold most sacred just might be the astronomical observatories, the particle accelerators, the university research installations, and other laboratories where the high priests of science — the biologists, the physicists, the astronomers, the chemists — engage in the noble pursuit of uncovering the workings of nature herself. And today's museums, expositional halls, and planetaria may then become tomorrow's houses of worship, where these revealed truths, and the wonder of our interconnectedness with the cosmos, are glorified in song by the devout and the soulful.

"Hallelujah!", they will sing. "May the force be with you!"

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